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IL GATTO A NOVE CODE

Il gatto a nove code

1971 DE HMDB
febbraio 12, 1971

In un istituto di ricerche scientifiche un medico fa una scoperta sconvolgente, gli individui che possiedono un determinato corredo genetico sono tutti temibili delinquenti. La scoperta costa la vita allo scienziato e suscita la curiosità di due investigatori dilettanti che si mettono alla ricerca del colpevole.

Cast

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Troupe

Produzione: Salvatore Argento (Producer)
Sceneggiatura: Dario Argento (Story)Dardano Sacchetti (Story)Bryan Edgar Wallace (Screenplay)Luigi Cozzi (Story)
Musica: Ennio Morricone (Original Music Composer)
Fotografia: Erico Menczer (Director of Photography)

RECENSIONI (1)

Alex Jockey
Un enigmista cieco (Karl Malden) e la sua affezionata nipotina (Cinzia De Carolis) si trovano coinvolti a poco a poco in una misteriosa catena di delitti che ruota attorno ad un istituto di ricerche sulla genetica e l’ereditarietà, e ai segreti che nasconde. Oltre alla polizia, anche un sedicente giornalista (James Franciscus) inizia ad indagare sul caso, coadiuvato dalle notevoli intuizioni dell’invalido, appassionato di rebus. Presto scopriranno che ogni collaboratore dell’istituto cela un lato oscuro, dal semplice tecnico di laboratorio alla figlia del direttore (Catherine Spaak), ma alla fine, tra avventure al cimitero e tentativi di avvelenamento, l’assassino rivelerà la propria identità, non prima di aver lasciato alle spalle numerose vittime… Prosegue nel segno del giallo più “classico” il percorso creativo del regista nostrano, iniziato l’anno precedente con l’ottimo “L’uccello dalle piume di cristallo”. E’ infatti ancora una storia di delitti, indagini, colpi di scena e rivelazione finale del colpevole il costrutto narrativo su cui si basa questo secondo lungometraggio di Dario Argento. “Il gatto a nove code” è probabilmente la sua opera meno apprezzata tra quelle degli anni ’70 (e forse anche degli ’80), e ciò può essere imputabile ad alcuni punti deboli che, nonostante il talento del regista, non mancano. E’ forse l’eccessiva lunghezza del film (siamo vicini alle due ore), o la lentezza e la staticità di alcune sequenze molto dialogate e poco funzionali allo sviluppo narrativo, o forse ancora gli sdolcinati siparietti d’affetto tra l’enigmista e sua nipote (accompagnati immancabilmente dalle soavi melodie di Morricone).. tutte queste potrebbero essere ragioni plausibili per cui il film non convince. Ragioni plausibili sì, ma non sufficienti per bocciarlo in toto. L’assunto scientifico su cui si basa la trama (la possibilità di determinare l’inclinazione aggressiva e criminale di una persona mediante l’analisi del DNA e la ricerca del cromosoma XYY) è indubbiamente affascinante e in anticipo sui tempi (confermando comunque l’originalità del soggetto) vista la tendenza nei decenni successivi a fantasticare sul desiderio di previsione empirica del crimine (“Minority Report”). Ancora una volta la polizia viene rappresentata come personaggio secondario, mentre il privato cittadino (scrittore con fidanzata nel film precedente, enigmista e giornalista qui) diviene la forza motrice dell’intreccio, risolvendone alla fine l’estrema drammatica evoluzione, spesso attraverso modalità d’indagine e di ragionamento impossibili per l’autorità preposta. Inoltre prosegue l’incursione argentiana attorno a una delle tematiche fondamentali di tutto il suo cinema: la “vista” come significato di conoscenza vera o presunta e l’”occhio” come significante. E’ infatti di grande impatto, innanzitutto visivo, la contrapposizione tra la cecità del vecchio enigmista (è quindi un handicap, caratteristica propria di molti personaggi argentiani) e il particolare della pupilla dilatata dell’assassino, inserita con abile montaggio all’interno di alcune sequenze di omicidio o voyeurismo. Si tratta evidentemente di un’estrema antitesi a livello concettuale, forse metafora di un messaggio particolare: l’enigmista, se non fosse per l’aiuto della bambina e del giornalista, non vedendo non avrebbe mai potuto sapere e non avrebbe mai rischiato la vita; al contrario, l’assassino vedendo, ovvero divenendo conscio della sua predisposizione genetica, fallisce nel tentativo di negare questa realtà (sostituire i risultati del test), e, suo malgrado, agisce obbedendo inevitabilmente alla sua natura. A livello stilistico, due sono le scene di interesse: la prima è quella dell’attesa alla stazione, dove l’assassino si guarda intorno (panoramiche in soggettiva alla ricerca del treno) e si sbarazza di un personaggio scomodo scagliandolo sotto a un treno; la seconda è quella del cimitero, dove il giornalista, quasi in una dimensione onirica sospesa dal tempo narrativo, viene imprigionato in una tomba e liberato dall’enigmista cieco, di cui nemmeno lo spettatore sa più se fidarsi o meno. Il film, girato interamente a Torino, ma montato, nelle parti in esterni, in maniera tale da non poter riconoscere la città, ottenne al botteghino più successo del film d’esordio. Curiosità: Il titolo si deve ad una similitudine che i due protagonisti pongono tra lo sviluppo dell’investigazione e l’animale in questione. Infatti, ad un certo punto delle indagini, si presentano ben nove piste da seguire, ognuna delle quali, se veritiera, avrebbe potuto da sola risolvere il caso.
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RECENSIONI DALLA COMMUNITY (2)

John Chard

John Chard

6 /10

Sixth Sense and Nine Avenues.

Il gatto a nove code (The Cat O’ Nine Tails) is written and directed by Dario Argento. It stars Karl Malden, James Franciscus, Catherine Spaak, Horst Frank, Aldo Reggiani, Carlo Alighiero and Rada Rassimov. Music is by Ennio Morricone and cinematography by Erico Menczer.

Blind puzzle solver Franco Arno (Malden) and newspaper man Carlo Giordani (Franciscus) team up to see if they can solve the mystery of the murders that are terrifying the city. With their own lives becoming increasingly in danger, and the lines of investigation splintered all over the place, the men are drawn to the mysterious Terzi Institute where geneticists are tampering with gene patterns…

Argento doesn’t like it and the fans are very much divided about the worth of it on the Argento curriculum vitae, yet The Cat O’ Nine Tails is a delightfully entertaining oddity.

The plot is labyrinthine with relish on top, spinning the viewers into the same convoluted investigative maze that Messrs Arno and Giordani find themselves in. In fact, it’s near genius that it rarely makes sense under inspection, yet still there’s a fascinating edge to the story, with its characterisations, sexual kinks and cruel murders, there’s a power to the piece that rewards if you can just run with it, buy into Argento’s Giallo singed world.

With Malden turning in a great performance and Franciscus performing to a level nobody thought was in him, the lead characters really come to life. Add to that Morricone’s creepy jazzy-garde fuelled score underlining the skew-whiff nature of the beast, and Menczer’s photography tonally muted, tech credits are at one with the themes ticking away in the narrative, a narrative that has observation, ironically, on vision, sight and minds eye. While there’s a couple of rug-pulls jostling for our attention just to keep things twisty.

Then there is the director himself. The Cat O’ Nine Tails finds him restrained compared to the excess of style over substance films that would dominate his oeuvre post release of The Cat. That’s not to say there isn’t style here, there’s plenty as Argento dallies in POV, iris vision, and a nifty trick that gives the blind Arno “sight”, further ensuring that the supposed handicapped character is the key player and potential saviour of all. A number of scenes are bursting at the seams with suspense, with a cemetery/mausoleum sequence top draw, for sure Argento is firmly getting in his stride here.

It’s not a gore movie, something which I personally think has led to some of Argento’s fans giving the film the cold shoulder, but it’s the tale (or tails of course) and characterisations that hold it up as being under valued. It’s a Giallo whodunit flecked with sexual stings and no little amount style draped all over it. 7/10

JPV852

JPV852

7 /10

Okay giallo movie from Dario Argento has its moments and fine performances from James Franciscus and Karl Malden, but the end wasn't exactly satisfying. Still some entertaining scenes here and there. 3.5/5

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