Ritenute opere riprovevoli ed adatte solo ai “maniaci”, gli snuff-film e i mondo movies ebbero un enorme successo negli anni settanta ed ancora oggi possono contare su un folto pubblico di appassionati, o almeno di persone incuriosite da questo genere. In maniera troppo riduttiva, la “solita” critica cinematografica ha etichettato queste produzioni come spazzatura senza tenere conto del fascino che questi film producono sul pubblico; la stessa maggior parte degli spettatori, spinta dal perbenismo dell’opinione pubblica, è portata ad abiurare questo genere di opere, salvo poi accorrere a vederle quando vengono trasmessi in televisione.
Il capostipite del genere documentaristico violento dei mondo movies è “Mondo cane” di G.Jacopetti del 1962, il primo documentario italiano a tinte forti nel quale il regista assembla le immagini più strane e disparate che ha trovato in giro per il mondo, a partire da una convention di sosia di Rodolfo Valentino per arrivare agli effetti delle radiazioni nucleari su uomini ed animali, passando per la cucina orientale a base di cani e serpenti.
Il film ebbe un grande successo, per questo l’anno dopo ne uscì un seguito “Mondo cane 2” disconosciuto da Jacopetti perché realizzato dalla produzione con i filmati scartati del primo capitolo.
Il primo vero mondo movies che mostra realmente la morte violenta nei suoi più terrificanti aspetti Jacopetti lo realizza con “Africa addio” del ’66, da molti ritenuto un vero capolavoro. In questo documentario il regista ci mostra varie sequenze di uccisioni in massa, vere e proprie mattanze, di animali: elefanti trucidati per recuperarne i corni d’avorio, bestiame gambizzato per ritorsioni contro gli allevatori; ma le immagini veramente scioccanti sono quelle delle fucilazioni dei prigionieri di guerra e le terribili ed indimenticabili scene delle conseguenze delle guerre fra le popolazioni africane del Kenia: centinai di corpi, molti dei quali mutilati, che giacciono senza vita ai margini delle strade.
Nel ’75 abbiamo il più famoso mondo italiano: “Ultime grida dalla savana”; questo documentario deve la sua fama essenzialmente a due raccapriccianti sequenze: la prima è la caccia degli indiani da parte dei bianchi, i quali una volta catturati gli Indios si lasciano andare alle più efferate violenze tra cui castrazioni, decapitazioni e scotennamenti; la seconda è la scena della tragica fine toccata a Pit Doenitz, un turista che durante una gita al parco naturale di Wallase aveva avuto la “brillante” idea di avventurarsi al di fuori della jeep per fotografare da vicino i leoni, e finisce sbranato da questi. Le varie sequenze del suo inutile divincolarsi dalle fauci delle belve e il suo smembramento furono riprese dagli altri turisti, impossibilitati ad aiutarlo. Vi è però, una grande differenza tra la scena degli Indios e quest’ultima: infatti mentre la prima è il prodotto di ottimi effetti speciali, le seconde sono immagini vere, alle quali sono state fatte solo alcune brevi aggiunte di particolari splatter.
Ma l’apoteosi del genere mondo movies lo raggiunge C.Le Cilaire creando la saga conosciuta come “Le facce della morte”, che vanta fino ad oggi ben quattro capitoli, dove ci vengono proposte di seguito sequenze di morti violente, di esecuzioni, di torture. Le scene rappresentate in queste pellicole sono però per lo più creazioni di effetti speciali, e viene quindi un po’ a smarrirsi il fascino proprio di questo genere, cioè l’assistere a scene violente, ma soprattutto vere.
Lasciando da parte i documentari mondo, passiamo ora ad affrontare il capitolo degli snuff-film ancor più ricco di pellicole ed esempi di splatter.
Strano ma vero, il film che idealmente fa da anello di congiunzione tra tematiche snuff e mondo-movies è un bellissimo western intitolato “Soldato Blu” di Ralph Nelson (1970) in cui, durante la sequenza finale dove assistiamo all’attacco dei soldati americani ad un villaggio Cheyenne, ci vengono mostrate sequenze che, per la loro crudezza e per la loro assoluta verosimiglianza alla realtà, possono essere tranquillamente paragonate alle più dure immagini di snuff-film: donne seviziate e orribilmente mutilate, bambini decapitati, mattanze di masse e giovani a cui vengono amputati gambe ed arti. Il tutto in uno stile scarno che vuole essere un vero e proprio ritratto della realtà e che in parte lo è, perché il film ci racconta un fatto realmente accaduto al tempo della conquista del West da parte dell’esercito degli Stati Uniti e che viene ricordato dagli storici come uno dei capitoli più bui della storia americana.
Nel 1974 il duo Michael e Roberta Findlay realizzano “Snuff” una coproduzione fra Stati Uniti ed Argentina; il film, ispirato alle imprese della famiglia Manson, deve la sua fama all’atroce scena finale in cui assistiamo al supplizio di una ragazza che , in uno studio cinematografico, viene selvaggiamente torturata, mutilata, smembrata e squartata. Nella campagna pubblicitaria usata per lanciare il film si spacciava questa scena per vera dicendo che la donna era una attrice argentina che, convinta di essere stata ingaggiata per un normale film hard, era ignara di andare al macello. La cosa non fu mai accertata e finì persino in sede penale. Per questi motivi il film fu bloccato quasi subito dopo l’uscita ed ebbe una limitata diffusione divenendo però subito un cult.
Sulla sua scia si pone il successivo “Emanuelle in America”, girato dal “nostro” Joe D’Amato nel 1976, nel quale seguiamo le vicende dell’affascinante fotografa Emanuelle, interpretata da Laura Gemser, alle prese con un’indagine sul mondo delle perversioni sessuali, che la conduce alla scoperta dell’esistenza di famigerati snuff-film che mostrano scene di torture e violenze su giovani donne inermi perpetrate da alcuni uomini in divisa (militari o poliziotti): seni tagliati, uncini piantati nel ventre, stupri con enormi falli di legno, si assiste veramente ad un delirio degli orrori. Ancora, in un successivo film, D’Amato affronta nuovamente queste tematiche; in “Emanuelle e gli ultimi cannibali”, del 1977 sempre interpretato dalla Gemser, in cui viene mostrato alla protagonista un filmato 8mm di contenuto antropologico, ma molto raccapricciante, in cui si vede l’evirazione di un uomo che poi viene soffocato con il suo stesso pene, e la decapitazione di una donna a cui poi vengono mangiati gli occhi; si tratta di riti e punizioni che le tribù africane riservavano agli adulteri. Il filmato girato in un realistico e vivido bianco e nero rimanda alle sequenze più famose dei mondo.
Ma sicuramente il più importate e famoso film di questo genere rimane l’insuperato “Cannibal holocaust” di Ruggero Deodato, del 1979, il vero cult del genere snuff conosciuto in tutto il mondo.
La vicenda racconta la storia del ritrovamento nella più profonda Amazzonia, da parte di un antropologo, di un filmato girato da una precedente troupe di fotografi, misteriosamente scomparsi alcuni giorni prima, di cui lo studioso seguiva le tracce per scoprirne la fine. Tornato dal viaggio l’antropologo analizza il contenuto del filmato aprendo una porta sull’orrore: si vede come il gruppo di giovani ricercatori, una volta trovata le tribù di Indios, si accorgano che questi non pratichino più le selvagge usanze cannibali ma anzi siano divenuti pacifici; innervositi dal fatto di non poter più girare un filmato scioccante sui cannibali, i giovani cercano dapprima di istigare gli indigeni per passare poi addirittura alle vie di fatto stuprando donne inermi e compiendo ogni tipo di violenze su uomini ed animali; verranno ricompensati come volevano, i selvaggi tornano alle loro antiche usanze aggredendo i ragazzi e mangiandoli mentre sono ancora vivi. Le scene sono realmente disturbanti e molto realistiche tanto da far sospettare che fossero vere, creando non pochi problemi al regista il quale dovette difendersi dalle accuse di aver ripreso veri riti cannibali; si appurò naturalmente che le sequenze in questione erano pura finzione, ma anche che invece le scene di violenza sugli animali erano vere, facendo rischiare agli attori ed al regista la galera; riuscirono a salvarsi basando la loro difesa sul fatto che le uccisioni e le mutilazioni sugli animali erano emulate, con spirito documentaristico, dagli usi degli indigeni locali i quali, a riprese ultimate, mangiavano sempre gli animali uccisi.
Da segnalare nel cast un giovanissimo Luca Barbareschi che adesso si vanta di essere un uomo di estrema sensibilità artistica ma che ai a quei tempi non esitava a squartare animali vivi davanti alle telecamere!
Quasi contemporaneo è “Hardcore” di Paul Scharder, storia di un industriale di mezz’età che si mette sulle tracce della figlia scappata di casa e finita a girare film porno; la sua discesa negli inferi della prostituzione e del mondo porno lo porta alla scoperta dell’esistenza degli snuff, che vengono girati in uno squallido retrobottega da un uomo senza scrupoli e da giovani donne alla disperata ricerca di soldi. La sua giovane figlia viene salvata dal detective assoldato dal padre, proprio mentre stava per finire uccisa nella scena di uno snuff.
Nel 1981 abbiamo un altro importante esempio di commistione tra fiction e realtà in “Virus” di Bruno Mattei: il film è la solita storia di zombi, in cui però assistiamo tra le scene splatter a sequenze “rubate” dal mondo movies “Nuova Guinea, l’isola dei cannibali”.
Anche l’anno dopo, nel 1982, un altro grande regista, David Cronenberg, decide di affrontare il “mito” degli snuff, e lo fa come al solito in maniera originale; in “Videodrome” seguiamo le vicende del proprietario di una piccola emittente televisiva privata, interpretato da un magnifico James Woods, che scopre l’esistenza di un emittente privata che trasmette scene di violenze ed omicidi in diretta; affascinato da queste scene ed al tempo stesso interessato al tornaconto economico che gli potrebbe derivare dal trasmettere questi film, cerca di rintracciarne la fonte. Nel frattempo però la sua mente viene sconvolta dalle visioni continue di quelle immagini di violenza, al punto che non sa più riconoscere la differenza tra realtà e finzione, non sa più se sogna di uccidere e violentare donne o se lo fa veramente; finirà per suicidarsi ormai completamente pazzo.
Nello stesso anno Umberto Lenzi dirige “Cannibal ferox” una spudorata imitazione del cult di Deodato, del quale però non ha né la qualità artistica né la forza espressiva, rimanendo pervaso da un senso di già visto. Da salvare solo per alcune ottime sequenze splatter ( tra cui quella in cui una giovane viene sospesa nel vuoto appesa per i seni, tramite due enormi ganci ) e per i pregevoli effetti speciali.
Citazioni d’obbligo ancora per “Fatal Frames” di Al Festa, di cui si può ricordare la scena in cui un uomo obbliga un bambino ad assistere ad uno snuff, scena che non vedrete mai trasmessa in tv, e per "Il coraggioso" con Jhonny Depp e Marlon Brando in cui però non assistiamo ad alcuna scena cruda tipica di questo genere, tutto viene lasciato all’immaginazione degli spettatori (un vero peccato!).
Infine, l’ultimo film che si occupa di snuff è addirittura una mega produzione Hollywoodiana con Nicolas Cage nel ruolo di protagonista; “8 mm Delitto a luci rosse” di Joel Schumacher del 1999, che è una sorta di remake di “Hardcore”, la trama infatti è praticamente la stessa per un film lontano anni luce dalla crudezza visiva del filone degli anni settanta, ma che appare comunque ben congegnato, ben interpretato e ben diretto.
Bisogna prendere atto del fatto che al giorno d’oggi possiamo dimenticarci che vengano realizzati film come “Cannibal Holocaust” o “Emanuelle e gli ultimi cannibali”, almeno per quanto riguarda l’Europa e gli Stati Uniti, la benpensante opinione pubblica li stroncherebbe con il risultato di non vederli proiettati né al cinema né tantomeno in televisione, dove imperversano solo fiction di buoni sentimenti. Cerchiamo di riscoprire questi vecchi cult e accontentiamoci.
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