Quando nel lontano 1968 George A. Romero si apprestava a rivoluzionare il mondo del cinema horror con il suo “Night Of The Living Dead”, forse non era del tutto consapevole di quello che stava facendo. Sapeva sì di avere un’idea vincente da proporre al grande pubblico, e aveva anche bene in mente il messaggio sociale e politico che la sua pellicola avrebbe più o meno velatamente lanciato. Era ambizioso e, allo stesso tempo, incosciente. Ma probabilmente non immaginava che il suo lavoro avrebbe generato una delle icone più famose e terrificanti del cinema horror del secolo appena trascorso, non immaginava che gli zombi avrebbero turbato intere generazioni di appassionati, al pari di altri illustri colleghi del passato come il Dracula di Bram Stoker o il Frankenstein di Mary Shelley.
In un cinema del terrore fino ad allora popolato da mostri più o meno extraterrestri e più o meno umani, si inseriva prepotentemente una nuova, provocatoria immagine, una novella stirpe di dannati così vicina alla nostra razza umana, da esserne separata soltanto da un piccolo, trascurabile particolare: la morte. Non è un caso, infatti, che Romero stesso non si sia mai particolarmente sforzato di trovare una spiegazione (ir)razionale per la nascita delle sue creature. Qualunque fosse la causa (radiazioni venute dallo spazio, epidemie…) era comunque un fenomeno marginale di fronte alla più brutale delle aberrazioni: l’uomo che uccide se stesso, la società portatrice di verità e di progresso, la società civilizzata ed evoluta (o perlomeno convinta di esserlo), che si abbrutisce e si rivolta contro se stessa, come nella più classica e banale delle liti con il proprio vicino, risolta con il barbaro massacro dell’uomo della porta accanto.
Nacque così una nuova figura del terrore (ripresa dai miti della religione vudù secondo i quali una persona può tornare in vita dopo la morte e rispondere alla volontà di colui che l’ha stregata), una nuova figura che si distaccò dall’iconografia classica del cinema e più in generale della letteratura dell’orrore, per diventare oscura rappresentazione del decadimento della nostra società. E non è un caso che gli zombi inventati da Romero siano un’agghiacciante metafora della razza umana, anch’essa priva di volontà e guidata da istinti animali primordiali, nonostante si senta portatrice di raziocinio e verità.
Il successo è inaspettato, così folgorante da rinchiudere lo stesso Romero in una gabbia creativa che condannerà senza la minima remora qualsiasi sua produzione futura: saranno infatti proprio i suoi più accaniti fan (affamati di zombi così come gli zombi lo sono di noi!) a non perdonare al regista qualsiasi incursione nel mondo cinematografico lontana dalle sue maledette creature.
In ogni caso, che si apprezzi o meno il cinema horror e Romero in particolare, gli zombi sono ormai diventati parte integrante del nostro immaginario, figure che in pochi anni hanno avuto l’onore di sedersi accanto ai mostri (sacri?) dell’horror, con l’imprescindibile merito di aver spostato l’attenzione sulla drammatica quotidianità della vita umana. Non più quindi situazioni fantastiche ai confini della realtà, ai confini del mito o della favola, ma un terrore che nasce come una malattia tra gli esseri umani stessi, costretti a combattere contro i propri simili in una lotta senza vincitori né vinti. Questa fu l’idea innovativa e geniale di Romero: nascondere l’orrore nel cuore di una società consumista e perbenista, fatta di miti e valori vuoti di significato.
E la sua visione provocatoria e allo stesso tempo ironica (di un’ironia nera che più nera non si può), si fece manifesta nella scelta dell’eroe-antieroe del suo film, un personaggio che stravolse tutti i canoni del cinema: oltre ad essere di colore, era dispotico, così convinto della sua superiorità nel gestire la situazione da risultare impacciato e puntualmente inefficace, ucciso alla fine così “stupidamente” da farci sorridere, scambiato per una di quelle demoniache creature che per tutta la notte aveva lui stesso tentato di fronteggiare. Ucciso senza che nessuno notasse la differenza tra lui ed i mostri che stava combattendo: una provocazione nella provocazione, potremmo dire, la dimostrazione di come non esistano e non possano esistere, in qualsiasi conflitto, né vincitori né vinti.
Ma l’essenza vera del mito degli zombi è racchiusa, a mio parere, nella parte centrale del film: i superstiti all’interno della casa assediata dagli zombi non riescono a trovare una soluzione concreta ai loro problemi di convivenza e, nonostante siano vivi e dotati della capacità di intendere e di volere, si dimostrano completamente identici alle creature prive d’intelligenza che li circondano. Incapaci di convivere con i propri simili e votati al massacro anche quando la loro stessa vita è in pericolo.
Uno Zombi per ogni occasione...
Si potrebbe analizzare all’infinito la profondità dell’idea alla base della nascita cinematografica degli zombi (ci piace comunque credere, al di là di ogni possibile spiegazione ed approfondimento, alla magica alchimia del Destino e del Caso), ma quello che possiamo domandarci oggi a quasi 35 anni dalla loro genesi, è quanto sia rimasto della profonda critica alla società che Romero voleva più o meno consapevolmente lanciare.
E’ innegabile come, da quel lontano 1968, gli zombi abbiano invaso letteralmente il mondo dell’immaginario, protagonisti di film, libri, fumetti e videogiochi, ma più di una volta ci siamo domandati quanto sia rimasto di quei significati nascosti che resero il film di Romero una oscura e drammatica fotografia della società di quegli anni. La risposta non è semplice, per lo meno nell’immediato. Quello che è certo è che gli zombi, per la loro natura terrificante ed allo stesso tempo spettacolare, si sono talvolta inevitabilmente svuotati del loro profondo significato, per diventare puro esercizio artistico di truccatori e maghi degli effetti speciali: tutto ciò non è affatto da condannare, ma è da considerarsi come una trasformazione, una naturale evoluzione sia del mezzo cinematografico che della società stessa. Il mito degli zombi è stato infatti ripreso con vivacità e passione da registi, scrittori, sceneggiatori, che hanno cercato di plasmare il loro significato più profondo, alle esigenze della storia che creavano loro intorno.
Nel campo cinematografico, al di là della trilogia realizzata da Romero (che ha cercato di mantenere il suo messaggio di fondo immutato), gli zombie sono apparsi in forme molto diverse: tra i lavori più riusciti possiamo citare film come “Re-Animator” di Stuart Gordon (1985) o “Braindead” di Peter Jackson (1993), due film che hanno lasciato il segno per la loro elevata dose di sangue ma anche per la loro pungente ironia.
Mentre però in “Re-Animator”, liberamente tratto dal racconto Herbert West, rianimatore di Lovecraft, il morto vivente, frutto della manipolazione di un dottore poco ortodosso e perfidamente diabolico, perde parte della sua anima di denuncia per diventare puro e spassoso divertimento, in “Braindead”, definito a ragione il film più splatter della storia del cinema, la figura del morto vivente si rinnova e si completa allo stesso tempo. Nel film di Peter Jackson infatti, sebbene l’umorismo e la demenzialità siano spinti all’eccesso, gli zombi diventano veicolo per una profonda analisi psicologica dei personaggi della storia: la maternità, analizzata sia nel rapporto di dipendenza tra il protagonista e sua madre (legato in parte al senso di colpa vissuto per la presunta colpa di aver ucciso il padre), sia attraverso la prima, sconcertante gravidanza zombi, che porta alla luce un neonato tanto violento quanto insopportabile.
E poi, come in molti hanno notato, il rifiuto della morte da parte degli zombi diventa in questa pellicola, sempre più categorico: non più sufficienti i colpi al cervello (e a guardar bene, di cervello, i demenziali zombi di Jackson sembrano proprio non averne!), ormai anche le parti del corpo smembrate prendono vita e continuano la loro festa di sangue. La figura del morto vivente si impreziosisce quindi di nuove trovate cinematografiche, di una nuova efferata violenza visiva, ben distante comunque dalla crudezza del film di Romero, capace di scavare molto più a fondo nella parte oscura dell’animo umano.
Nel campo della letteratura, gli zombi hanno avuto in proporzione molto meno lavoro rispetto al grande-piccolo schermo, complice anche la rivoluzione insita nell’origine stessa della loro nascita: i morti viventi sono infatti la prima grande icona horror nata esclusivamente per il grande schermo e dal grande schermo difficilmente sono riusciti a sganciarsi. Episodio sicuramente degno di essere citato è “Pet Sematary”, uno dei più grandi romanzi di Stephen King, un libro che affronta con agghiacciante spietatezza, uno dei dilemmi più ancestrali della mente umana: e se fosse possibile far resuscitare una persona a noi cara? Meglio il doloroso ricordo di un figlio e di una moglie ormai morti, o la convivenza impossibile con il loro corpo resuscitato senza il lume della ragione e affamato di violenza? Consigliato vivamente a chiunque si sia dimenticato di leggerlo.
Ultima breve citazione la merita senza dubbio il fumetto horror nostrano per eccellenza, che ha regalato alcuni momenti magici ai suoi affezionati lettori prima di perdersi un po’ nella banalità e nell’eccessivo moralismo all’italiana. Come non ricordarsi il primo, mitico numero di Dylan Dog, “L’alba Dei Morti Viventi”, forse il numero più bello dell’intera serie, dove l’omaggio ai nostri cari amici zombi è talmente sincero e rispettoso, appassionato e fedele, da commuovere ancora dopo quindici anni dalla sua pubblicazione?
Resident Evil: quando gli zombi diventano di moda
Per quanto amati da una fetta di pubblico sempre più ampia (non dimentichiamoci dell’enorme successo mondiale che ebbe il film di Romero), per quanto presenti in maniera sempre più moderna negli incubi raccontati da numerosi autori, scrittori e registi, gli zombi sono rimasti a stretto uso e consumo dei loro più fedeli e intransigenti appassionati. Almeno fino a qualche anno fa, esattamente fino all’esplosione del fenomeno “Resident Evil”, il videogioco che ha portato l’orrore dei morti viventi in ogni casa del mondo.
Al di là dell’analisi prettamente tecnica del videogioco, quello che ha colpito i fan di vecchia data è stata la facilità con la quale le giovani generazioni sono state conquistate dal mito degli zombi, la facilità con la quale da fenomeno di più o meno di culto, il mondo dei morti viventi è diventato vero e proprio fenomeno di massa. Il successo è stato così elevato da creare un paradosso per niente trascurabile: da semplice videogioco ispirato al capolavoro di Romero (da cui riprende, onestamente, quasi tutto), “Resident Evil” ha avuto un riscontro di pubblico così elevato da renderne evidente la necessità commerciale di una trasposizione cinematografica. E così, per le giovani generazioni che non hanno mai avuto il piacere di gustarsi i film di Romero, gli zombi al cinema non sono altro che la banale trasposizione di un videogioco di successo. E così da “videogioco citazione del mito”, siamo arrivati con disprezzabile semplicità al “mito citazione del videogioco”, sovvertendo le regole spazio-temporali nel mondo dell’immaginario horror.
Ulteriore smacco per gli appassionati più “anziani” è stato l’allontanamento dal progetto cinematografico “Resident Evil” dell’uomo che più di ogni altro avrebbe avuto diritto di metterci mano: George A.Romero in persona. Senza nulla togliere alla bravura del regista Paul Anderson, giovane talento che aveva già impressionato con il semi-sconosciuto (al grande pubblico) “Punto Di Non Ritorno”, l’allontanamento di Romero dal progetto la dice lunga su come il mito degli zombi sia profondamente cambiato nel corso degli anni. Troppo pungente e troppo oscura, troppo sarcastica e troppo critica nei confronti della società, la visione di Romero è stata scartata, a favore di una trama più usa e getta, più moderna e più spietatamente commerciale. Esperimenti genetici, laboratorio supertecnologico, gran pezzi di gnocca a giro per lo schermo (quello a dire il vero non dispiace!), il tutto è stato studiato a tavolino per trasformare il videogioco in realtà, con pochi, troppo velati omaggi al capolavoro del Romero che fu.
Il film è comunque piacevole, un’ora e mezza di divertimento a base di zombi gratifica non poco (anche se un po’ di sangue in più non avrebbe guastato), e qualche scena veramente azzeccata rimane impressa nella memoria dello spettatore (la camminata dello zombi che trascina l’ascia in terra e avanza zoppicando sulla caviglia, con il piede rotto che rimbalza inerme sul pavimento, è uno spasso!). Ma è troppo poco. E soprattutto è un sacrilegio. E’ vero che il messaggio lanciato da Romero negli anni settanta, la critica all’irrazionale consumismo e alla stupidità di massa della nostra società, non è sparito completamente ed è anche vero che a guardar bene i temi di denuncia sono rimasti e si sono attualizzati (le regole etiche legate alla sperimentazione genetica, la ribellione delle macchine e dei computer all’uomo), ma quello che sconcerta va al di là del messaggio più o meno “political correct” del film. Quello che fa impressione è vedere i morti viventi, figli dell’anticonformismo e della denuncia, recitare la parte del fenomeno di massa, del fenomeno Blockbuster, tutto pop-corn e bambini festanti in sala, diventare nuova icona del consumismo e del successo commerciale. Romero grida vendetta!!!
Le ultime notizie parlano di un suo quarto film sugli zombi, così nero e dissacrante da ricordare a tutti le origini reali del mito dei morti viventi, così pessimista e senza speranza da non poter essere girato in un periodo così buio per l’umanità (non sarà mica una scusa per nascondere la mancanza di fiducia di qualsiasi produttore in un nuovo film di Romero?).
Quando e se arriverà, soltanto il film di Romero potrà riportare ordine e restituire ai morti viventi la loro vera natura: altrimenti tutto quello che resterà da fare sarà andare tra qualche anno da Blockbuster a noleggiarci “Resident Evil 7”, magari raccontando ai nostri figli che gli zombi sono nati con la PlayStation.
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