Andrea Belloni
โขUn thriller a incastri che inquieta e sorprende, ma resta un passo dalla grandezza
I See You è un thriller che gioca d’astuzia: parte come un racconto di inquietudine domestica, quasi “piccola” e quotidiana, e poi lentamente allarga il campo fino a trasformarsi in un congegno narrativo molto più ambizioso di quanto sembri all’inizio. Adam Randall lavora soprattutto sul non detto e sulle crepe: una casa, una famiglia in frantumi, una comunità apparentemente normale, e quella sensazione insistente che ci sia qualcuno (o qualcosa) di troppo vicino. Non serve esagerare con l’horror: qui la tensione nasce dal dettaglio, dal sospetto, dalle cose che si spostano di mezzo centimetro ma ti fanno dubitare di tutto.
Il punto di forza del film è la struttura. È uno di quei titoli che costruiscono il loro fascino sul modo in cui raccontano, più ancora che su ciò che raccontano: la sceneggiatura usa cambi di prospettiva, ellissi e rivelazioni calibrate per farti ripensare continuamente a ciò che stai vedendo. Funziona perché la regia accompagna questo gioco con un controllo notevole del ritmo: non corre quando dovrebbe insinuarsi, e accelera quando serve far montare l’ansia. Il risultato è che, anche quando intuisci che c’è “un trucco”, non è detto che tu riesca a prevedere come verrà eseguito. E quando i pezzi si ricompongono, l’effetto è davvero soddisfacente: ti ritrovi a fare mentalmente marcia indietro, a ripescare scene e a rileggerle in un modo diverso.
Anche sul piano visivo I See You è più solido di tanti thriller “da catalogo”. La casa diventa un piccolo labirinto emotivo e spaziale: corridoi, stanze, inquadrature che suggeriscono presenze ai margini. Randall lavora bene sugli spazi e sul fuori campo, e sa come costruire l’idea dell’intrusione senza doverla mostrare in maniera plateale. È un film che ti mette in uno stato di allerta, e riesce a farlo con mezzi relativamente semplici, ma ben amministrati.
Detto questo, il film si porta dietro un limite piuttosto chiaro: i personaggi. La storia ha ambizione e un sottotesto potenzialmente interessante (colpa, responsabilità, dinamiche familiari), ma la caratterizzazione resta spesso più funzionale che davvero approfondita. I protagonisti hanno conflitti e fragilità, però rimangono in parte “abbozzati”: li capisci, ma non sempre li senti. Ed è un peccato, perché una scrittura più densa avrebbe dato al film un peso emotivo maggiore, rendendo alcune svolte ancora più incisive. Invece, a volte, si ha la sensazione che l’intreccio venga prima delle persone, che è perfettamente legittimo per un thriller, ma è anche ciò che gli impedisce di diventare qualcosa di più memorabile.
C’è anche l’altra faccia della medaglia: quando un film punta molto sui twist e sugli incastri, rischia che qualcuno percepisca certe soluzioni come un po’ “aggiustate”, o che la chiusura risulti più meccanica che naturale. I See You regge bene il gioco, ma a tratti si avverte il desiderio di stupire a tutti i costi. Per fortuna, la costruzione della tensione e l’efficacia del racconto compensano: il film intrattiene, sorprende e resta in testa abbastanza da far venire voglia di discuterne (o di rivederlo per notare i dettagli lasciati lungo la strada).
In sintesi, I See You è un thriller molto interessante, ben diretto e intelligentemente strutturato: un puzzle che funziona, capace di creare atmosfera e di usare la narrazione come strumento di inquietudine. Se avesse osato di più sul versante emotivo e sulla profondità dei personaggi, avrebbe fatto un salto di categoria. Così com’è, resta una visione consigliata: tesa, furba, e decisamente più intrigante di quanto il titolo possa far pensare.
Ottimo congegno di tensione e prospettive, penalizzato da personaggi un po’ leggeri e da un potenziale emotivo non sfruttato fino in fondo.
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