Deliria poster

DELIRIA

1987 IT HMDB
febbraio 8, 1987

Un maniaco omicida evade dall'ospedale psichiatrico e si rifugia in un teatro dove stanno provando una commedia musicale ispirata alle sue gesta criminose. Il pazzo si chiude dentro con gli attori e fa una carneficina.

Cast

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Troupe

Produzione: Joe D'Amato (Producer)Donatella Donati (Producer)
Sceneggiatura: George Eastman (Screenplay)
Musica: Stefano Mainetti (Original Music Composer)Guido Anelli (Original Music Composer)Luigi Piergiovanni (Original Music Composer)Simon Boswell (Original Music Composer)
Fotografia: Renato Tafuri (Director of Photography)

RECENSIONI (1)

Francesco Mirabelli
Francesco Mirabelli
Soavi non filma semplicemente degli omicidi, filma la morte come una rappresentazione scenica. Ogni corridoio, quinta o passerella sopra il palco diventa parte di un gigantesco labirinto teatrale in cui gli attori smettono gradualmente di recitare e iniziano a sopravvivere. La distinzione tra spettacolo e realtà si dissolve fino a scomparire. È come se il killer non volesse eliminare le vittime, ma dirigere uno spettacolo tutto suo. L'intuizione più geniale resta la celebre maschera da gufo. In un'epoca dominata da maschere ormai iconiche come quelle di Jason Voorhees o Michael Myers, Soavi sceglie un volto animale, immobile e quasi sacrale. Quel gufo non comunica rabbia o sadismo: osserva. È il simbolo di uno spettatore perverso che contempla il massacro come un'opera d'arte. Diversi critici horror americani hanno sottolineato come proprio questa immagine sia rimasta impressa più della trama stessa. A differenza di molti slasher statunitensi dell'epoca, Deliria non punta sull'empatia verso i personaggi: gli attori della compagnia sono spesso egoisti, nevrotici, competitivi. Soavi sembra suggerire che il vero mostro non sia soltanto il serial killer, ma il mondo dello spettacolo stesso: un ambiente dove tutti sono pronti a sacrificare qualcuno pur di non interrompere la rappresentazione. La figura del regista teatrale Peter Collins diventa quasi una caricatura feroce dell'artista disposto a tutto in nome del successo. Visivamente il film è sorprendente, merito soprattutto di luci cromatiche ben contestualizzate, di inquadrature mobili e di profondità degli spazi, che senz'altro richiamano il miglior cinema di Dario Argento, sebbene Soavi dimostri già una personalità autonoma. Dove Argento ricerca l'incubo astratto, Soavi costruisce una geometria della prigionia: porte chiuse, chiavi perdute, corridoi che sembrano non finire mai. L'ambientazione teatrale non è un semplice scenario, ma il vero protagonista della storia. Quello che colpisce oggi è la sua modernità. Molti slasher contemporanei giocano con il metacinema e con la consapevolezza dei meccanismi del genere. Deliria lo faceva già nel 1987, senza ostentarlo. Il film parla di persone che mettono in scena un assassino e finiscono intrappolate nella loro stessa finzione. È uno slasher che riflette sullo slasher. Se bisogna trovare un difetto, la sceneggiatura non sempre regge l'ambizione della regia. Alcuni personaggi rimangono abbozzati e certe decisioni appaiono illogiche anche secondo gli standard del genere. Tuttavia, proprio come osservano diversi recensori americani, la forza visiva di Soavi riesce quasi sempre a compensare le fragilità narrative. In definitiva, Deliria non è soltanto un apprezzabile horror italiano, ma è un'opera focalizzata sul potere dello sguardo, sulla crudeltà dello spettacolo e sul sottile confine tra chi osserva e chi viene osservato; alla fine, quando il sipario cala sui cadaveri disposti come elementi di una macabra scenografia, si ha la sensazione che il vero spettacolo non fosse il musical provato dagli attori, ma quello diretto dal killer. E forse anche da Soavi stesso (il quale successivamente firmerà la regia di un altrettanto cult "La Chiesa"), che con il suo esordio dimostrò di saper trasformare un semplice slasher in una sinistra riflessione sul teatro della morte. Caldamente consigliato!
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RECENSIONI DALLA COMMUNITY (1)

Wuchak

Wuchak

6 /10

A mad slayer is loose in the theatre

A group of stage actors are burning the midnight oil during a storm in the hopes of producing a hit, but a homicidal former-actor has escaped the mental asylum and they’re locked in the theatre with him. David Brandon plays the stressed director and Robert Gligorov one of the actors.

"StageFright” (1987) is an Italian slasher, otherwise known as “Aquarius” and originally called “Deliria.” I was having trouble pinpointing the country of origin while viewing and so don’t let the fact that it’s an Italian production turn you away. It works just fine for English-speaking audiences and could’ve easily been shot in America, Canada or the UK.

The moody synth-oriented score is reminiscent of Pink Floyd with bits of more energetic 80’s music thrown in later on.

Barbara Cupisti (Alicia), Jo Ann Smith (Sybil), Loredana Parrella (Corinne) and Mary Sellers (Laurel) standout in the feminine department.

At the end of the day, it’s a perfectly competent slasher with a quality (one-dimensional) setting and the kills/gore are well done if that’s your thang (I could care less). But there’s not enough human interest and, considering the resources, the director coulda done better shooting the women more effectively (not talking ‘bout nudity or sleaze), but he does good enough I reckon.

The film runs 1 hour, 30 minutes, and was shot in Rome, Italy.

GRADE: B-

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