Roberto Giacomelli
•La trasposizione cinematografica di un videogame è un territorio davvero spinoso da affrontare e la storia del cinema ce lo ha dimostrato di continuo con numerosi adattamenti fallimentari, sia da un punto di vista qualitativo che economico. Ma se oggi ricordiamo con piacere un film tratto da un videogioco, quel film è Silent Hill del 2006, che Christophe Gans aveva tratto dal capolavoro survival-horror della Konami.
Nonostante ci siano stati tentativi felici di adattamento da un videogame, anche di recente nel campo delle serie tv (basti pensare a The Last of Us e Fallout), quello di Gans continua ad essere l’esempio perfetto di trasposizione cinematografica di un videogioco per un semplice motivo: il regista francese aveva trovato la formula perfetta dell’adattamento, ovvero non rifare il videogame paro-paro, ma reinterpretarlo pur rimanendo fedelissimo al mood e all’atmosfera del prodotto d’origine.
Questo era stato anche il motivo per cui Silent Hill: Revelations di M.J. Bassett nel 2012 aveva fallito, perché si allontanava pesantemente dalle suggestioni tipiche della saga per andare a cercare maldestramente riparo nell’azione e nella valorizzazione spettacolare del 3D.
A distanza di ben vent’anni dal felicissimo risultato del film con Radha Mitchell e Sean Bean, Christoph Gans torna sui suoi passi e, sfruttando anche il rinnovato interesse del pubblico videoludico per il secondo bellissimo capitolo della saga su console, di cui lo scorso anno è uscito il remake, firma Return to Silent Hill che si rifà proprio al videogioco Silent Hill 2 del 2001.
In realtà l’idea di Gans di perdersi nuovamente nella nebbia di Silent Hill è precedente al ritorno su console di nuova generazione di Silent Hill 2 perché l’autore di Crying Freeman e Il patto dei lupi aveva annunciato già nel 2020 che stava scrivendo un nuovo film di Silent Hill che poi è entrato effettivamente in produzione nel 2022. Ma l’iter di Return to Silent Hill non è stato proprio semplicissimo a causa di inciampi con la produzione esecutiva, di una lunga post-produzione e una distribuzione che ha tardato a farsi avanti finché la Cineverse di Terrifier 3 ha deciso di credere nel progetto.
Ma veniamo al dunque: com’è Return to Silent Hill?
Gans ha fatto un lavoro differente, anche se simile, in confronto al primo film, innanzitutto perché stavolta ha deciso di adattare fedelmente Silent Hill 2, ma allo stesso tempo si percepisce una sorta di continuità con il contesto costruito per l’altro film, un contesto che presentava quei piccoli ma significativi cambiamenti in confronto al videogioco.
Per questo motivo, il modo come Gans ha lavorato su Return to Silent Hill rispecchia molto quello che il Team Silent della Konami ha sviluppato con i videogiochi, ovvero creare un mondo sospeso tra realtà e incubo con regole ben precise e ambientarvi, di volta in volta, diverse storie. Ma, se vogliamo essere pignoli, in Silent Hill del 2006 Gans e lo sceneggiatore Roger Avary ci mettevano molto del loro, in Return to Silent Hill Gans e i co-sceneggiatori Sandra Vo-Anh e William Josef Schneider si adagiano molto di più sullo script di Silent Hill 2 andando incontro alle ovvie difficoltà di adattare una storia pensata per un medium differente e anche molto complessa sotto il punto di vista metaforico e psicologico.
Però facciamo un passo indietro: di cosa parla Return to Silent Hill?
James Sunderland (Jeremy Irvine) ha ricevuto una lettera da parte di sua moglie Mary (Hannah Emily Anderson) in cui la donna gli dice che lo avrebbe aspettato nel loro posto speciale. Il problema è che Mary è morta ormai da tre anni e James non è riuscito a superare il trauma per la perdita, nonostante sia stato anche sotto analisi. Allora James si mette in viaggio verso Silent Hill, il paese dove ha conosciuto Mary, identificando nel Lake View Hotel che si affaccia sul Toluca Lake il loro “posto speciale”. Ma quando James arriva a Silent Hill, trova un paese abbandonato, su cui si è abbattuto un incendio che ancora arde nel sottosuolo e che causa una fitta coltre di nebbia generata dalla stessa cenere dell’incendio. Come se non bastasse, al suono di una serena, Silent Hill cambia faccia e si popola di creature raccapriccianti che sembrano sbucate fuori direttamente dall’Inferno.
Con Return to Silent Hill la differenza tra videogame e film si fa sottilissima e Gans decide di parlare principalmente ai videogiocatori. Alcuni momenti topici di Silent Hill 2 sono riprodotti con estrema fedeltà, perfino copiandone la regia per offrire allo spettatore (e videogiocatore) delle citazioni a prova di errore. Eppure, si vede che c’è dietro un’idea che va oltre la semplice strizzata d’occhio, perché il film è coerente con quanto “inventato” da Gans e Avary nel precedente film pur non mostrando alcun legame diretto con quella storia. In pratica fa nel cinema quello che Silent Hill 2 faceva nel videogame. E questo è davvero ammirevole perché ci dice quanto amore e quanta sincera comprensione dell’opera ci sia nel testo che si va ad adattare.
La prima metà di Return to Silent Hill ricorda per meccanica narrativa quella di Silent Hill del 2006, così com’è votata a creare l’atmosfera, i primi incontri di James con gli abitanti di Silent Hill, il primo impatto con la dimensione dell’incubo e con i mostri che la popolano. L’atmosfera è perfetta e davvero spettarle, alcune creature mettono i brividi, come i “patient demons” e le iconiche “infermiere” (peccato non ci siano i “mannequins” citati solo attraverso una creatura che James incontra negli Appartamenti di Wood Side e che ricorda anche Scarlet di Silent Hill: Homecoming). Poi ci sono i boss del videogame, da Hangman a Doorman fino all’immancabile Pyramid Head che veniva introdotto proprio nel 2001 all’interno di Silent Hill 2 come riflesso distorto della psiche di James.
Anche i luoghi sono quelli celebri del videogame, riprodotti con estrema fedeltà, e i personaggi che lo popolano, da Angela a Maria, passando per Eddie e la piccola Laura.
Allo stesso tempo, Gans torna su quegli elementi che aveva trattato nel film del 2006 e che non esistono nel videogioco Silent Hill 2, come l’incendio, la sirena che annuncia il passaggio all’Otherworld e la setta di fanatici religiosi che qui riscrive da zero la storia delle origini di Mary.
Però c’è anche da dire che Silent Hill 2 è un videogioco narrativamente complesso che prende forza dal fatto che l’azione del gioco accompagna un impianto psicologico che si sviluppa lentamente, permette al giocatore di immergersi nella mente del protagonista e capirne le sfaccettature attraverso simbolismi e false realtà. Per forza di cose, un film da 110 minuti non può seguire lo stesso percorso narrativo del gioco, non ha il tempo e il valore immersivo. Quindi, oltre alla contaminazione con elementi inediti, si segue la strada della semplificazione che va a investire negativamente soprattutto la presenza dei personaggi di contorno. Eddie (interpretato da Pearse Egan) c’è ma non ha più una vera funzione, Angela perde quel retaggio drammatico che caratterizzava la sua backstory e diventa altro (che è meglio non rivelare), così come l’insopportabile Laura (Evie Templeton, che ha anche doppiato e interpretato in motion capture Laura nel remake di Silent Hill 2), forse quella che ne esce meglio insieme a Maria.
Ma c’è un problema enorme che non deve essere sottovalutato: io sto analizzando il film da conoscitore del videogioco, supponendo che voi che mi leggete conoscete il videogioco, cosa che fa anche Gans con Return to Silent Hill. Non è però una cosa da dare per scontata! E lo spettatore che non è videogiocatore si potrebbe trovare disorientato, percependo il film come colmo di buchi di sceneggiatura. E non gli si potrebbe dar torto, in fin dei conti, perché il film chiede uno sforzo per essere capito che a tratti va oltre l’approccio passivo che molti spettatori hanno.
Quindi a Return to Silent Hill viene a mancare quella perfezione formale che caratterizzava il primo film e che ne faceva un must per i videogiocatori ma anche un prodotto accessibilissimo e perfettamente godibile per lo spettatore classico.
Per il resto: atmosfere perfette, momenti di tensione ben gestiti, creature dal design accattivante e musiche incredibilmente suggestive, curate da Akira Yamaoka, che aveva composto sia le musiche dei primi videogiochi che quelle del film del 2006.