Dario Argento nasce a Roma il 7 settembre del 1940 da Salvatore Argento, produttore cinematografico, e Elda Luxardo, sorella del famoso fotografo brasiliano Elio Luxardo.
Argento comincia la sua carriera nel mondo del cinema come giornalista ed in breve tempo diventa vice critico cinematografico della testata in cui lavora. Nei suoi articoli si nota subito la sua passione per un certo tipo di cinema, definiamolo così, “popolare” e soprattutto per il genere western e per il giallo. La sua vita (e la sua carriera) cambia quando conosce il grande regista italiano Sergio Leone che lo sceglie, insieme a Bernardo Bertolucci, per scrivere la sceneggiatura di uno tra i suoi film più riusciti, “C’era una volta il West”. L’attività di sceneggiatore lo impegna sempre di più, Dario collabora con altri importanti registi italiani come Tonino Cervi e Armando Crispino.
Durante un breve periodo di vacanza trascorso in Tunisia concepisce il soggetto di quello che sarà il suo primo film come regista “ L'Uccello dalle Piume di Cristallo”. Oramai Argento è sicuro e convinto dei suoi mezzi e non vuole più affidare ad altri le sue invenzioni. Non riesce però a convincere nessun produttore a procurargli i finanziamenti necessari per la sua pellicola e così decide di mettersi in società con il padre, con cui fonda la S.E.D.A tramite cui realizzerà la maggior parte dei suoi futuri lavori.
“L’uccello dalla piume di cristallo” racconta la storia di uno scrittore americano che, per caso, assiste all'aggressione di una donna in una galleria d'arte e si improvvisa detective per scoprire il colpevole, convinto che si tratti dello stesso maniaco che ha recentemente ucciso alcune ragazze.
L’esordio alla regia del regista romano ci mostra già tutto il suo incommensurabile talento ed “inaugura” un nuovo filone, il giallo di stampo orrorifico, che sarà di gran voga negli anni settanta. Una classica quanto perfetta trama di stampo giallistico impreziosita dalle ottime sequenze degli omicidi che, in controtendenza con la prassi dei gialli visti fino a quel momento, vengono ripresi con dovizia di particolari e costruiti con l’intento di far paura. Ma l’elemento di maggiore novità che Argento inserisce in questo suo primo film è la geniale “reinvenzione” della soggettiva, per la prima volta lo spettatore assiste agli omicidi attraverso gli occhi dell’assassino e non come “terzo” estraneo, aumenta così il coinvolgimento: non si assiste alla scena ma vi si “partecipa”. Come nello splendido “ Sei Donne per l'Assassino (aka 6 Donne per l'Assassino)” di Bava l’omicida diventa il vero protagonista del film, è una presenza oscura e minacciosa, indefinita e in grado di colpire tutti in qualsiasi momento, una sorta di “Uomo Nero” che Argento raffigura come una silhouette oscura, con un cappellaccio calcato in testa, la cui comparsa significa Morte. In perfetta sintonia con la regia del Maestro le musiche composte dal grande Ennio Morricone. Nonostante l’ottima realizzazione il film non ha un grande successo di pubblico, almeno all’inizio; poi infatti, a breve distanza, il film viene quasi “riscoperto” e, tornato nelle sale (di solito negli spettacoli notturni) riesce alla fine ad arrivare alla non trascurabile somma di un miliardo di incasso. Grazie a questo buon successo Dario Argento trova subito soldi e produttori per i suoi due seguenti film.
Nel 1971 dirige “ Il Gatto a Nove Code” storia che ruota attorno ad un istituto di ricerche mediche in cui viene fatta una sconvolgente scoperta: gli individui che hanno un determinato corredo cromosomico sono tutti temibili delinquenti. Dopo aver rivelato quanto scoperto il medico responsabile dello studio viene ucciso; la polizia così comincia le ricerche con l’aiuto di un anziano cieco che aveva casualmente ascoltato un dialogo tra la vittima ed un altro uomo, ma quando la giovanissima nipote del vecchio viene rapita le cose si complicano...
Interpretato dalla star americana Karl Malden (vincitore dell’Oscar come miglior attore non protagonista di “Un tram chiamato desiderio”) è il secondo film della cosiddetta “trilogia animalesca” del mitico regista e, a detta dello stesso Argento, il meno riuscito dei tre; ne “Il gatto a nove code” Argento abbandona il thriller puro, contaminando il genere con atmosfere quasi da spy-movie, creando così un genere ibrido di difficoltosa comprensione. Passa solo un anno e Dario è di nuovo dietro la macchina da presa per dirigere il terzo film della sua prima fase di carriera registica: “ (Quattro Mosche di Velluto Grigio)”. Il film narra la vicenda di un giovane musicista, tormentato da uno strano incubo in cui assiste, da spettatore, alla sua decapitazione. Un giorno il ragazzo si accorge di essere seguito da un tizio, prima cerca di scappare ma poi decide di affrontarlo e, nella colluttazione, involontariamente lo uccide. Fugge e cerca di dimenticare ma, dopo pochi giorni, uno sconosciuto comincia a ricattarlo. Nel frattempo anche il rapporto con sua moglie sembra incrinarsi; lo strano sogno, lo sconosciuto assassinato, il ricatto, la moglie ... tutto quanto è legato insieme da un sottile file di mistero.
Questo terzo film del maestro, per ambientazioni e trama molto simile alla sua pellicola d’esordio, rappresenta un ulteriore passo di Argento verso l’horror puro. Tutta la vicenda è calata in un’atmosfera da incubo, il protagonista è continuamente sospeso tra realtà ed immaginazione. In ogni istante dal buio può comparire l’assassino, la cui presenza è solo suggerita da un ghigno, un sospiro nell’oscurità, una telefonata senza risposta. Come in tutti i gialli argentiani l’identità dell’omicida si scopre solo all’ultima scena, ancora una volta grazie ad un “particolare” rivelatore, tenendo alta la suspense e l’interesse nello spettatore. Nel cast da segnalare l’insolita presenza di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, attore che il pubblico era abituato a vedere in un altro genere di pellicole.
Dopo una mini serie di telefilm gialli realizzati per la Rai, dei quali Argento però dirige solamente due episodi:il primo intitolato “Il Tram” (sotto lo pseudonimo di Sirio Bernadotte), e l’altro “Testimone oculare” (che, nonostante venga firmato dal suo assistente Roberto Pariante, in realtà fu girato da Argento stesso) il regista prova una fugace quanto non riuscita (soprattutto dal punto di vista degli incassi) “fuga” dal genere che lo ha reso famoso, con la direzione de “Le cinque giornate”, film grottesco e drammatico con protagonista Adriano Celentano.
Dopo questa sfortunata parentesi Dario Argento comincia la seconda fase della sua carriera, quella che a tutt’ora ha regalato le sue migliori opere.
Nel 1975 dirige quello che è da molti ritenuto il suo miglior film: “Profondo Rosso”. La vicenda è complessa quanto accattivante: durante una conferenza sullo spiritismo, una medium sente la presenza in sala di un assassino; la notte seguente la stessa medium viene atrocemente uccisa; un pianista americano assiste, casualmente, alla sua morte ma riesce a scorgere l’omicida solo di sfuggita senza poterne vedere il volto. Da quel momento l’uomo si interessa alle indagini e, con l’aiuto di una giornalista, cerca di scoprire l’assassino, che nel frattempo continua a lasciare dietro di se una scia di efferati delitti. Con “Profondo Rosso” Argento re-inventa e “rinverdisce” il genere giallo-horror tanto caro a Mario Bava, portandolo a livelli mai raggiunti da nessun altro regista di genere. Si tratta di un film che non ha difetti ma solo pregi risultando in assoluto il migliore, nel suo genere, mai prodotto in Italia e forse nel mondo. Pur trattandosi essenzialmente di un giallo, l’inclinazione sempre più marcata verso il gotico e l’horror puro in “Profondo Rosso” è evidente fin dalle prime sequenze: un bambino che impugna un coltello insanguinato sulle note di un’inquietante nenia infantile, una medium che avverte una presenza perversa e che poi finisce brutalmente assassinata. Il giallo scivola nel paranormale, in una zona d’ombra dove niente è più razionale e tutto può accadere. Un altro chiaro rimando alla tradizione gotica italiana è rappresentato dalle sequenze ambientate all’interno della fatiscente casa abbandonata (“La Villa del Bambino Urlante”) che paiono richiamare, in un curioso parallelo, l’altro capolavoro di genere del periodo “La Casa dalle Finestre che Ridono” di Pupi Avati (non per nulla sia Avati che Lino Capolicchio avrebbero dovuto partecipare, in veste di sceneggiatore il primo e protagonista il secondo, alla realizzazione di “Profondo Rosso”).
La tensione, la suspense, il terrore tengono lo spettatore incollato allo schermo dalla prima fino all’ultima sequenza; la colonna sonora composta dai Goblin è perfetta e da sola basta per creare un senso di angoscia e paura che non passano neppure una volta terminato il film; le sequenze degli omicidi sono di una crudezza e di una veridicità tale da sembrare reali; gli attori, tra cui la allora compagna del regista Daria Nicolodi, Gabriele Lavia, Clara Calamai e David Hemmings sono tutti perfettamente calati nei rispettivi ruoli ed il sorprendente quanto inaspettato doppio finale lascia di stucco anche il più navigato giallista. Un grandissimo film insomma, che ha ispirato molti registi di genere, tra cui veri e propri “maestri” come John Carpenter per il suo “Halloween” (1978).
Dopo un così grande capolavoro era facile attendersi, come il più delle volte accade, una caduta di qualità nel film seguente, ed invece Argento stupisce ancora una volta pubblico e critica dirigendo il sue secondo capolavoro “Suspiria” (1977). Con questo film Argento abbandona momentaneamente il genere del thriller iper-violento per addentrarsi nell’horror puro.
Una ragazza americana giunge in una scuola di danza tedesca, nella quale una delle allieve, incontrata dalla protagonista sulla porta dell'istituto al suo arrivo, viene barbaramente uccisa la notte stessa. Terrificanti scoperte attendono la giovane durante la sua permanenza all'interno del collegio, fino ad una sconvolgente rivelazione finale.
Come detto si è di fronte ad un altro capolavoro del maestro, che con questa pellicola si addentra definitivamente nell’horror puro. Se infatti per più di metà del film si può credere di trovarsi di fronte ad un altro duro giallo argentiano (omicidi commessi con armi da taglio impugnate dai “soliti” guanti neri di un personaggio non meglio delineato) il finale rivela che non esiste alcun maniaco omicida e nessuna spiegazione razionale. Anche se a dire il vero Argento decide di far presagire l’inclinazione della storia verso il sovrannaturale già molto prima della fine del film, sia con la sequenza in cui il pianista cieco viene assalito e sbranato senza motivo dal suo fedele cane guida, sia nel dettaglio della mano raggrinzita e artigliata che spinge la ragazza contro il vetro della finestra nella sequenza del primo omicidio. L’uso della colonna sonora, composta (come per “Profondo Rosso”) dai grandi Goblin è ancora una volta un aspetto fondamentale, con musiche ossessive, onnipresenti e terrorizzanti. A ciò va aggiunto una delle migliori sequenze di omicidio mai realizzate (la prima del film), l’esperta mano di Argento dietro la macchina da presa che ci regala alcune vere “invenzioni registiche” (come le riprese della piazza nella scena dell’assassinio del cieco) ed una ispiratissima protagonista (Jessica Harper).
E questo nonostante il fatto che Argento dovette tenere in conto i desideri e le ritrosie dei distributori, soprattutto della Fox che aveva finanziato gran parte del film, e che lo costrinse a “rivedere” la sceneggiatura, facendogli ambientare il film in una scuola di danza per ragazze, mentre il regista romano lo avrebbe voluto in un collegio per bambine. Per tenere comunque fede al suo progetto iniziale, Argento adotta alcuni “accorgimenti” scenografici (come quello di posizionare le maniglie delle porte del collegio ad un’altezza innaturale e spropositata, all’incirca la stessa in cui ritrova la maniglia di una porta un bambino di sei o sette anni) e “sfumature” nei comportamenti e nei dialoghi delle le ragazze della scuola, facendole avvicinare più a modi fanciulleschi che adolescenziali.
Con queste due opere Argento diviene famoso in tutto il mondo e comincia a vantare un gran numero di ammiratori ed estimatori anche tra la cosiddetta” “critica colta”.
“Suspiria” poi ottiene un enorme successo all’estero, in special modo in Francia, negli Stati Uniti ed in Giappone, dove viene addirittura trasmesso, grazie ad una speciale e costosissima attrezzatura, in uno stadio gremito da oltre trenta mila persone!
Il regista romano decide di continuare nell’horror puro e nel 1980 dirige “Inferno”, che altro non è che una sorta di seguito di “Suspiria”: infatti la strega che perseguitava la povera Jessica Harper nel precedente film di Argento altri non era che una delle tre Madri, Mater Suspiriorum, protagoniste di questo nuovo film. “Inferno” è la storia di una ragazza di New York che scopre che la casa dove abita è sede di una delle tre Madri degli Inferi (mentre le altre due si trovano a Roma ed in Germania). La giovane muore in maniera orribile ma riesce ad avvertire il fratello che riuscirà, dopo varie vicissitudini, a porre fine all’impero delle tre regine degli Inferi.
Argento in questo film si avvale della collaborazione del mitico Mario Bava e crea una pellicola che potremmo definire, per le tematiche che affronta, fantasy-horror; nonostante non sia questo il suo campo prediletto, Argento riesce lo stesso a dirigere un ottima produzione. Peccato che nel finale il film scada un po’, non tanto nell’evolversi della trama, quanto nella raffigurazione visiva delle “tre sorelle”. Da segnalare nel cast una bravissima Eleonora Giorgi.
Il pubblico non apprezza lo sforzo “innovativo” del regista ed “Inferno” è un mezzo flop, specie se paragonato agli incassi stratosferici dei due precedenti film. Argento allora decide di tornare a raccontare storie di truculenti quanto efferati assassinii con il successivo “Tenebre” (1982).
Si tratta della classica storia “argentiana” in cui un pazzo assassino miete una serie di vittime, uccidendole tutte secondo le modalità descritte in un famoso romanzo dell’orrore. In più il pazzo sembra seguire gli spostamenti dello scrittore del romanzo. La polizia brancola nel buio e le morti si susseguono.
La trama è coinvolgente ed ottime, al solito, sono le sequenze degli omicidi perfettamente “musicate” dalla colonna sonora curata anche stavolta dai mitici Goblin. Nel cast si segnalano per le buoni interpretazioni, oltre la sempre brava moglie del regista, Daria Nicolodi, anche un giovane Giuliano Gemma e Anthony Franciosa. Una curiosità: verso la fine del film c’è una sequenza in cui l’assassino taglia con un accetta il braccio di una donna, l’attrice Veronica Lario, scena che non viene mai trasmessa nella versione televisiva del film e che non compare neppure nell'edizione video V.M. 14 anni. Una delle poche versioni uncut di "Tenebre" è la recente riedizione in vhs della Mondadori oppure la versione in dvd di importazione (entrambe V.M. 18 anni). Vi proponiamo di seguito la sequenza "incriminata".
“Tenebre” riporta al successo Argento che tenta con il successivo film “Phenomena” (1985) una più forte commistione tra il genere horror ed il giallo. La storia ha ancora una volta al centro le vicende di un terribile quanto inarrestabile assassino che semina morte e panico in un tranquillo cantone svizzero. Ma a questa si aggiungono alcuni elementi per così dire “paranormali”, tanto cari al maestro, soprattutto grazie al personaggio di Jennifer, una giovane sensitiva che ha il potere di comunicare con gli insetti e che proprio grazie a questi suoi poteri riesce a smascherare il colpevole. Tra i punti di forza: un cast d’eccezione formato da Donald Pleasence, Daria Nicolodi e dalla giovane e brava Jennifer Connelly ed ottimi effetti speciali e di trucco; si pensi che per realizzare le scene del film dove compare uno sciame enorme di mosche, il regista romano, non disponendo allora degli effetti digitali, usò mosche vere e proprie, che “coltivò” direttamente sul set, facendo marcire chili e chili di carne! A tutto ciò aggiungete una trama intrigante e sequenze, a tratti, terrificanti. Cosa si può chiedere di più? Argento sembra di nuovo essere in grande forma e ci regala uno dei suoi film migliori. Da segnalare l’indimenticabile sequenza cui la protagonista Jennifer si avvicina ad un bambino che piange, gli posa le mani sulle spalle e quando lui si volta….da non perdere!
Con “Phenomena” si chiude l’era d’oro del cinema di Argento che, dopo aver collaborato in veste di produttore alla realizzazione dei due film sui “Demoni” (1985/86) diretti da Lamberto Bava, torna al giallo–horror con “Opera”, film non all’altezza dei suoi precedenti lavori. La vicenda ruota attorno al “Macbeth” , opera ritenuta, da molti, maledetta; ed infatti un maniaco comincia a perseguitare la giovane protagonista dello spettacolo ma non se la prende però direttamente con lei bensì con tutti quelli che le stanno attorno, uccidendoli nei modi più atroci. Ci penserà il regista dello spettacolo a smascherare l’assassino con “l’aiuto” involontario di alcuni corvi.
A parte le, come sempre, perfette realizzazioni delle sequenze degli omicidi il film offre poco altro per essere ricordato ed ha il suo difetto maggiore in un insensato quanto inverosimile doppio finale. “Opera” sarebbe probabilmente stato il film più cruento del regista romano se la censura italiana non avesse ritenuto “necessario” decurtare il film delle scene maggiormente violente, e questo con grande dispiacere dello stesso Argento, del pubblico e di tutti coloro che amano il cinema! Purtroppo “Opera” in versione “integrale” (quella che avrebbe voluto il regista) è irreperibile, perché il film uscì anche nel resto del mondo nella stessa versione “cut” italiana. Un vero peccato!
Tra l’ottobre del 1987 e il gennaio dell’anno seguente Argento partecipa al programma televisivo “Giallo – La tua impronta del Venerdì” condotto da Renzo Tortora su Raidue. Oltre a presentare un suo “angolo” speciale con ospiti e filmati tratti dai suoi più celebri thriller, il regista produce la serie di gialli “Turno di Notte” affidandone la regia a Luigi Cozzi e Lamberto Bava.
Il regista stesso invece si occupa di dirigere alcuni mini-film dal titolo “Gli Incubi di Dario Argento” della durata di circa tre minuti ciascuno. Tra questi alcuni si segnalano per lo loro crudezza: “Riti Notturni” in cui si parla di riti voodoo, “Amare e Morire” che è incentrato su uno stupro e “La Strega” (il più riuscito)che , prendendo spunto dal famoso racconto “Gioco d’ottobre” di Bradbury, racconta la festa di una bambina per il suo compleanno, durante la quale, il padre della piccola massacra la moglie e poi “gioca” con il suo cadavere. Infine “Sammy” in cui Babbo Natale diventa un orribile mostro
Tra la fine degli anni ottanta e gli inizi del novanta Argento torna in veste di produttore, investendo su due horror, risultati poi piuttosto mediocri, diretti dall’amico Michele Soavi, “La Chiesa” e “La Setta”. Negli stessi anni Argento “emigra” in America per dirigere un film, formato da due episodi, con il suo amico George Romero (del quale, alla fine degli anni settanta, aveva curato la versione italiana del suo capolavoro horror “Zombi”), tratto da due dei più famosi racconti di Edgar Allan Poe: “La verità sul caso di Mr. Valdemar” e “Il gatto nero”. Argento cura la trasposizione di questo secondo racconto, dirigendo un ottimo lavoro, impreziosito dall’interpretazione di un ispiratissimo Harvey Keitel.
Si arriva così al 1993, anno di “Trauma” con il quale Argento offre un altro esempio del suo talento, dirigendo un giallo ricco di suspense e tensione, ingiustamente bistrattato dalla critica e da parte del pubblico. Una ragazza con problemi psicologici assiste alla morte dei genitori. Un pazzo assassino che ha la mania di decapitare le proprie vittime la bracca perché convinto che lei sappia la sua vera identità ed in effetti la giovane, nella notte in cui sono stati uccisi i suoi genitori, ha scorso il vero volto dell’omicida ma a causa dello shock la sua mente ha cancellato il ricordo. Ad aiutarla e a risolvere il caso ci penserà un giovane poliziotto, innamoratosi di lei.
Dario Argento torna al thrilling e confeziona un giallo “orrorifico” prima maniera. Tornano i classici incubi argentini, dal maniaco omicida nero-vestito, al trauma che conduce alla pazzia, per finire col particolare “rivelatore”: come in “Profondo Rosso” la protagonista ha già visto il volto dell’assassino ma non lo può (o non lo vuole) ricordare. Bistrattato dalla critica e da parte dei suoi fan “Trauma” andrebbe invece decisamente rivalutato: a partire dalla storia che, anche se forse non risulta molto originale, riesce comunque ad essere coinvolgente e ricca di suspense; di buon livello pure gli effetti speciali, supervisore dei quali è il grande Tom Savini, ed ancora una volta sorprendente e spiazzante il “solito” doppio finale. Anche la giovane figlia del regista Asia, offre una buona interpretazione nella parte dell’insicura e complessata protagonista del film.
Proprio da questo film comincia la sua “collaborazione” artistica con la figlia che non sarà però prolifica e duratura come quella, dello stesso regista, con la moglie Daria Nicolodi, segnando anzi il “declino” della carriera del “maestro del terrore”.
Il successivo “La sindrome di Stendhal” (1996), è la storia della poliziotta Anna che, seguendo le tracce di un serial killer, si ritrova a Firenze. Qui durante un’indagine negli Uffizi viene colta da un malore, la cosiddetta “Sindrome di Stendhal”, a causa del quale perde i sensi e si immagina catapultata nei quadri che stava osservando. Così l’assassino la cattura ma la ragazza riesce a liberarsi e ad eliminare il pazzo. Ma il cadavere dell’omicida non viene ritrovato e le morti continuano.
Questa volta il maestro non è all’altezza della sua fama. Nonostante si muovesse nel suo campo prediletto, il thrilling, e nonostante un soggetto e qualche spunto piuttosto originale (come l’idea della “sindrome” della protagonista) il film risulta poco coinvolgente, a tratti noioso ed eccessivamente lento (cosa piuttosto rara per un film di Argento), ma soprattutto (difetto più grave per un giallo) scontato. Infatti il finale, che dovrebbe rappresentare la sorpresa, l’elemento “spiazzante” della storia, è facilmente intuibile già da metà film. Anche Asia Argento questa volta non pare all’altezza del ruolo da protagonista, rendendosi a tratti fastidiosa per l’intonazione di voce e lo stile di recitazione. Qualche buon momento si può trovare, anche perché dopo tutto c’è sempre il “maestro” dietro la macchina da presa, come ad esempio i viaggi onirici della giovane protagonista all’interno dei quadri o la sequenza in cui l’assassino osserva la poliziotta attraverso un foro nel cranio della sua ultima vittima, ma è davvero troppo poco.
Il successivo “Il Fantasma dell’opera” è forse ancora peggiore. Si tratta dell’ennesimo riadattamento cinematografico del romanzo di Gaston Leroux. I suoi fan speravano che “La Sindrome di Stendhal” fosse un episodio isolato, invece il più grande regista italiano di genere torna nuovamente a deluderli: già la scelta del soggetto non è stata molto felice (il “Fantasma dell’opera” è un personaggio fin troppo “presente” nella cinematografia horror e troppo poco “contemporaneo”), se a questo si aggiunge un cast mediocre (Julian Sands è espressivo come una pietra mentre Asia Argento dà il meglio di sé quando sta in silenzio) si capisce come il film sia risultato inevitabilmente un fiasco. Da salvare solo alcune sequenze splatter realizzate grazie agli ottimi effetti speciali di Sergio Stivaletti e le musiche del maestro Ennio Morricone; un po’ pochino per un regista che ha segnato la storia mondiale del cinema del brivido.
Si arriva così all’anno duemila che doveva segnare il grande ritorno al giallo di Dario Argento con l’attesissimo “Non ho Sonno”. La storia è di quelle classiche argentiane: l'anziano commissario Ulisse Moretti, ora in pensione, si trova coinvolto in una nuova indagine su di una serie di omicidi che ricalcano gli schemi di assassini su cui aveva indagato diciassette anni prima. L’uomo ritenuto colpevole dei passati omicidi era un nano, trovato successivamente morto. Insieme a Giacomo, la cui madre l'assassino uccise sotto i suoi stessi occhi, il commissario Moretti passa le sue insonni notti seguendo il filo dei ricordi che affiorano lentamente, cercando di risolvere il mistero e svelare l’identità del folle omicida.
Ogni qualvolta Dario Argento dirige un film di genere è inevitabile fare un parallelo con il suo capolavoro “Profondo Rosso”, e più che mai in questo caso dato che sono molti gli elementi in comune nei due film: a partire dall’ambientazione della vicenda a Torino, la stessa città in cui girò il suo capolavoro, passando per la filastrocca infantile (scritta dalla figlia Asia) a cui l’assassino si ispira per i suoi delitti, ed ancora la messa in scena degli omicidi (si ripete l’affogamento di una vittima nell’acqua e il viso spappolato contro le pareti di un’altra, morti che ricordano da vicino due degli efferati omicidi di “Profondo Rosso”). Ma molte altre ancora sono le autocitazioni e i rimandi (dalle musiche dei Goblin ad uno degli interpreti Gabriele Lavia) con cui il regista infarcisce questo suo “Non ho sonno” che però, nonostante questi espedienti, non riesce a ricreare quel perfetto connubio di tensione, angoscia e paura che il regista aveva saputo realizzare nell’ormai mitico “Profondo Rosso”. I motivi possono essere molteplici, a partire dalle pessime interpretazioni di alcuni attori, eccetto i meritevoli Max Von Sydow, Gabriele Lavia e Rossella Falk, le performance degli altri interpreti, compreso l’insicuro protagonista Stefano Dionisi, sono da dimenticare; la colonna sonora dei Goblin poi, può definirsi competente ma è ben lontana dai livelli raggiunti in altri film dello stesso Argento. Buoni invece gli effetti speciali di Sergio Stivaletti e la sceneggiatura, a cui ha collaborato anche il giallista Carlo Lucarelli. In definitiva, anche lasciando da parte scomodi raffronti con “Profondo rosso”, non si può negare che Argento pare abbia perso parte del suo smalto: “Non ho sonno” sembra quasi un prodotto di imitazione dei suoi splendidi gialli-horror che tanto lo hanno fatto amare da pubblico e critica. Anche il collaudato doppio finale, elemento che caratterizza praticamente tutti i thriller firmati dal regista, comincia a risultare ripetitivo e forse scontato (se si fa attenzione ai particolari capirete chi è il vero assassino già dopo venti minuti di film). Gli amanti del genere e del regista, ritroveranno comunque vittime grondanti sangue, alcune sequenze ottimamente realizzate (da segnalare in particolare la scena sul treno del primo assassinio e le sequenze dell’omicidio in teatro) e l’inconfondibile stampo registico di Dario Argento riuscendo ad apprezzare ugualmente il film.
(PRIMA PARTE DELLA RETROSPETTIVA DEDICATA A DARIO ARGENTO. PROSSIMAMENTE LA SECONDA!)
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