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Lo Squartatore di Los Angeles poster

LO SQUARTATORE DI LOS ANGELES

The Toolbox Murders

1978 US HMDB
marzo 3, 1978

Los Angeles sta vivendo un momento terribile: in città, infatti, si aggira un folle assassino che aggredisce e ammazza le donne servendosi di un trapano. Anche la giovane Laurie viene sequestrata dal pazzo, ma quest'ultimo ha le ore contate.

Cast

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Troupe

Produzione: Tony DiDio (Producer)
Sceneggiatura: Robert Easter (Screenplay)Ann Kindberg (Screenplay)Neva Friedenn (Screenplay)
Musica: George Deaton (Music)
Fotografia: Gary Graver (Director of Photography)

RECENSIONI (1)

Giuliano Giacomelli
Un complesso residenziale nella periferia di Los Angeles diviene “territorio di caccia” per uno spietato serial-killer volto ad uccidere, nei più atroci dei modi, giovani e seducenti donne. Gli omicidi si susseguono fino a quando, una notte, il killer rapisce la quindicenne Lourie lasciando la polizia a brancolare nel buio. Spetterà a Joey, fratello della ragazza rapita, mettersi sulle tracce del serial-killer per ritrovare e portare in salvo la sorella. C’è da riconoscerlo: volendo intraprendere un discorso concernete il cinema horror, e in particolar modo analizzando il cinema horror post-moderno, il decennio ’70 è stato senza dubbio alcuno un lasso di tempo assai prolifero e in cui la quantità delle produzioni horror andava, spesso e volentieri, a braccetto con la qualità. È proprio in questo periodo, infatti, che nascono alcuni tra i più grandi cult (si potrebbe tranquillamente parlare di “capolavori”) del genere ed è proprio in questo decennio che vengono a distinguersi dalla massa i nomi di alcuni registi capaci, con le loro opere, di riscrivere le regole del genere o di impartirne delle nuove. Ma pur riconoscendo la non indifferente ricchezza e qualità produttiva di questo decennio, a somme tirate, si tende sempre con il finire nella commemorazione della “solita” lista al cui interno sono elencati solo quei pochi titoli che, siccome attribuiti a nomi di un certo rilievo, per il comune pensare risultano essere i principali traguardi raggiunti dal genere in questo determinato periodo. Si ricorrerà, dunque, con il ricordare (giustamente) titoli quali “Non aprite quella porta”, “L’ultima casa a sinistra”, “Halloween”, “Zombi” e così via. Tutti film sicuramente degni di rappresentare il genere a testa alta, ma purtroppo in certe occasioni, per ostinarsi ad elogiare i soliti e ormai risaputi titoli, si tende a minimalizzare il decennio trascurando e mettendo in ombra quei film più “piccoli”, quei film che, per una ragione o per un’altra, non sono mai riusciti a sfondare ma che, obiettivamente parlando, nulla o quasi hanno a da invidiare a tutti i loro “colleghi” più celebri. Ecco, “Lo squartatore di Los Angeles” rientra pienamente in questa categoria. Diretto da Dennis Donnelly nel 1978, “Lo Squartatore di Los Angeles” è un interessantissimo quanto affascinante thriller/horror che, pur diventando un piccolissimo oggetto di culto da parte di una ristrettissima cerchia di horror fan, non è mai riuscito a raggiungere quella giusta (e si potrebbe dire meritata) fama capace di consacrarlo all’unanimità come autentico cult del genere. La storia narrata nel film è tra le più semplici, “Il classico thriller!” verrebbe da pensare, ma in realtà la pellicola diretta da Donnelly non ha nulla di scontato o di già visto poiché intenzionata ad abbandonare qualunque tipo di schema narrativo risaputo per correre in favore di una narrazione innovativa, quasi sopra le righe, capace di far cambiare volto al film molto rapidamente così da stupire lo spettatore minuto dopo minuto. Il film si apre con la repentina presentazione del killer che ci viene mostrato come un omone di notevole stazza, con il volto coperto da un passamontagna e che se ne va in giro trasportando con se una cassetta degli attrezzi dove ripone tutto il suo “arsenale” (la stessa cassetta degli attrezzi che da il titolo originale al film, “The Toolbox Murders”). Una volta presentato il killer, il film, procede con un’irrefrenabile catena di omicidi, che si susseguono rapidamente l’uno dopo l’altro, destinata a placarsi solamente a seguito del rapimento della giovane Lourie. A questo punto il film, che fino ad ora era apparso come un mosaico formato interamente da feroci omicidi, si prepara ad assumere dei connotati più classici, così da concedersi qualche piccola sosta narrativa per riuscire a caratterizzare al necessario i pochi personaggi in scena e per dare la giusta articolazione all’indagine portata avanti dal fratello della ragazza rapita. Ma quando il film sembrava ormai essersi stabilizzato, risultando un thriller poco più innovativo del normale, ecco che si prepara nuovamente a mostrare una nuova faccia, e lo fa in un epilogo così delirante e fuori dagli schemi da riportare alla mente quella perversione mostrata da T. Hooper in film quali “Non aprite quella porta” o “Quel motel vicino alla palude”. Ma a fare di questo film un cult indiscusso non ci pensa solamente la folle narrazione sostenuta da una valida sceneggiatura, bensì occorre riconoscere all’opera di Donnelly tanti altri meriti tra cui una particolare efferatezza nell’esposizione degli omicidi, un’efferatezza che mai culminerà nell’effettaccio splatter messo in bella mostra ma che preferisce, al contrario, l’utilizzo di una violenza suggerita, solo a tratti mostrata, capace di risultare comunque così cruda da fare de “Lo squartatore di Los Angeles” un film quasi disturbante. Da non trascurare, inoltre, è il magistrale connubio – presente quasi esclusivamente nel primo tempo del film – che viene ad istaurarsi con efficacia tra horror ed erotismo, un connubio che, oltre a giocare un ruolo importante nello “spiegone” finale, contribuisce a rendere il film ancora più eccessivo e morboso di quanto già non lo sia. Impeccabile la regia di Donnelly (alle prese, solitamente, con progetti televisivi) che sa dimostrarsi, in più occasioni, particolarmente ispirata raggiungendo il culmine durante il sorprendente (vera e propria scena culto del film) omicidio della ragazza nella vasca da bagno con una spara chiodi, una sequenza che, ottimamente diretta ed impreziosita in fase di montaggio, meriterebbe di essere studiata ed analizzata in tutte le più prestigiose scuole di cinema. Interessante, nonché intelligente, l’utilizzo della colonna sonora che, oltre ad annoverare un memorabile tema di base, risulta formata quasi interamente da melodici brani country capaci di stemperare al meglio la violenza delle scene così da generare un armonioso contrasto audio-video. Insomma, “Lo squartatore di Los Angeles” è un film davvero sorprendente, una pellicola ingiustamente poco conosciuta e che meriterebbe di essere inserita sulla lista riguardante i maggiori cult del decennio ’70. Gli spettatori più giovani, forse, potranno non gradirlo a causa di una resa visiva altamente grezza e un po’ “datata” (anche se, a parere di chi scrive, questo è forse uno dei maggiori pregi della pellicola) ma per tutti gli altri, invece, resta un film da riscoprire. Nota: Nel 2003, il film, è stato fonte di ispirazione per uno pseudo-remake da parte di Tobe Hooper distribuito sul nostro mercato con il titolo “La casa dei massacri” (in originale ancora “The Toolbox Murders”).
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RECENSIONI DALLA COMMUNITY (3)

JPV852

JPV852

6 /10

Has its moments of creepiness especially with the killer and his kidnapped teenage victim, and the opening murders were pretty brutal, but the scenes in between with characters I couldn't care less about, was a tad dry. As exploitation movies go, it's okay. 2.75/5

Wuchak

Wuchak

6 /10

Effective low-budget slasher beat “Halloween” to theaters in 1978

At a Los Angeles apartment complex, four women are murdered by various tools and a girl is missing. Who’s the psycho doing the killing and WHY? Cameron Mitchell (Vance), Wesley Eure (Kent) and Nicholas Beauvy (Joey) head the cast.

"The Toolbox Murders” (1978) is an obscure early slasher that only cost $165,000, but it’s professionally made and doesn’t seem too low-budget. It beat the hailed “Halloween” to theaters by almost eight months and, in my opinion, is just as worthwhile if you appreciate slasher flicks.

It’s a sordid affair with a couple exploitive bits, but it explores interesting themes underneath the typical slasher plot. For instance, the opening features a minister on the radio preachin’ Mark 9:43-48 and later we learn that someone takes hyperbolic bits of the sermonizing literally to become a deranged “holy” crusader obsessed with purging society of sinners à la Marvel’s Foolkiller, a character that debuted three years before this flick was shot.

As interesting as that is, it’s augmented by other themes, like foolishly protecting a criminal relative, secret sexual sins, family conflict, traumatization and brave overcoming.

Pamelyn Ferdin is the female protagonist. Although playing a 15 year-old, she was 17 when hired and just turned 18 as shooting began. You might remember her as a child actor featured in several television shows from the mid-60s through the 70s, including the 1968 Star Trek episode “And the Children Shall Lead.” This was her final film before becoming a nurse.

Marciee Drake (Debbie) and Kelly Nichols (Dee Ann) also appear on the feminine front. The latter was a nude model at the time and had therefore no qualms about appearing naked.

The film runs 1 hour, 33 minutes, and was shot at Canoga Park, Los Angeles, with bits done in other parts of the L.A. area, like the closing scene shot at the parking lot of the mall in West Hills.

GRADE: B-

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8 /10

This infamous little slasher flick with the infamous little title is full of blood, violence, and nudity. It is everything you expect from something of this ilk. Supposedly based on a true story, four women in an apartment building are brutally murdered by items normally found in a toolbox. The killer (and the film makers do not hide this fact) is Cameron Mitchell, the building owner. Mitchell is a religious nut who recently lost his daughter in a car accident. He then begins punishing "sinful" women. The last third of the film sees the deaths of two major characters, and wraps things up nicely with the end credits crawl describing what happened to the "survivors" of this "real life" crime spree.

Although rated (R), this is some very violent stuff. The first half hour, when the majority of the crimes take place, is unpleasant. One of the first murders includes the now infamous murder of the model taking a bath. The blood flows freely, and the murders are punctuated by some truly bizarre country and love tunes. The film makers build up a subplot between Ferdin and Beauvy's mom and the standard driven police detective that never pans out, or is resolved. Ferdin and Eure were mainstays on television in the 1970's. They do well, considering the material. Donnelly's direction is pretty basic, a camera shadow can be seen here and there. Gary Graver, the cinematographer, is better known as Orson Welles' cameraman later in the great director's career. Graver seems to have made a career of this kind of film, his involvement usually sets you up for what to expect. I cannot explain why I am recommending this film. Genre fans might appreciate the gore effects, and the reputation this film now celebrates. This is a serial killer film before the term "serial killer" was coined. The events are watchable, however. "The Toolbox Murders" is not "Scream" or "Urban Legends," this is the type of film that no more motive than to scare and disgust its viewer. If that is all they wanted to do, they succeeded.

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