Il Dio Chiamato Dorian backdrop
Il Dio Chiamato Dorian poster

IL DIO CHIAMATO DORIAN

Das Bildnis des Dorian Gray

1970 DE HMDB
aprile 24, 1970

Dorian, un giovane di rara bellezza, resta sconvolto dallo stupendo ritratto fattogli da un amico pittore, Basil. Ben sapendo che prima o poi l'armonia delle proprie fattezze sarà inesorabilmente sciupata dal tempo, mentre il ritratto resterà sempre lo stesso, Dorian esprime un assurdo desiderio: che a invecchiare in sua vece sia l'immagine ritratta.

Cast

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Troupe

Produzione: Harry Alan Towers (Producer)Samuel Z. Arkoff (Executive Producer)
Sceneggiatura: Massimo Dallamano (Screenplay)Günter Ebert (Screenplay)Marcello Coscia (Screenplay)Renato Romano (Writer)
Musica: Peppino De Luca (Original Music Composer)Carlos Pes (Original Music Composer)
Fotografia: Otello Spila (Director of Photography)

RECENSIONI (1)

Roberto Giacomelli
Dorian Gray è un giovane bello e di successo che vive a Londra e frequenta gli ambienti altolocati di artisti e ricchi industriali. Un giorno Dorian decide di farsi ritrarre in un dipinto dal suo amico Basil e rimane affascinato dalla sua immagine nel quadro, arrivando a desiderare che la sua bellezza rimanga sempre tale magari a scapito del suo ritratto. E infatti così succede: tutto il mondo attorno a Dorian invecchia e decade mentre lui rimane sempre uguale, al suo posto i segni della vecchiaia si ripercuotono sul ritratto che l’uomo custodisce gelosamente in casa sua. Dai fantasiosi, coraggiosi e multigenere anni ‘70 arriva una versione italiana di “Il ritratto di Dorian Gray”, un film insolito e ben confezionato che affronta, adattandolo ai tempi moderni, il celebre romanzo di Oscar Wilde. Al timone di questa libera trasposizione/attualizzazione troviamo Massimo Dallamano, eclettico regista di generi caro anche al pubblico horror per gioiellini come “Cosa avete fatto a Solange?” e “Il medaglione insanguinato”, che riesce a gestire lo “scomodo” materiale con professionalità ed efficacia exploitativa. “Il ritratto di Dorian Gray” è senza dubbio, infatti, un’opera difficile da trasporre sia per i contenuti tipicamente letterari e poco adatti alla narrazione filmica, sia per il pericoloso passaggio di testimone: da classico letterario di utilizzo scolastico a materiale cinematografico da cineteca d’essai (il film premio Oscar diretto nel 1945 da Albert Lewin), fino a irrompere spudoratamente nel panorama più genuinamente di “genere” del nostro cinema. Ma il film di Dallamano è un oggetto strano e ambiguo quanto il suo protagonista; appartiene senza dubbio alcuno a quello che qualcuno chiama “cinema bis”, utilizzando volti e gusto per l’eccesso tipici del cinema di quell’epoca e di quella tipologia, però rimane decisamente distante dal gusto exploitativo tout court, dalla facile strizzata d’occhio allo spettatore voglioso di “proibito” che allora come oggi non disdegna(va) la compagnia in celluloide di sangue, violenza e corpi nudi. “Il Dio chiamato Dorian” riesce a trovare un giusto compromesso tra le due facce cinematografiche della stessa medaglia ripetutamente messe in gioco nei seventies italiani. C’è l’anima exploitativa, ma c’è anche una esplicita nobiltà di intenti e di materiale trattato che potesse assicurare il gradimento anche da parte di chi sangue e nudi in genere non li digeriva. Malgrado, infatti, una consistente concessione all’erotismo, anche abbastanza ardita per l’epoca, soprattutto se si pensa al modo esplicito con cui vengono mostrati i rapporti omosessuali (sia tra donne che tra uomini), e nonostante una strizzata d’occhio al thriller (la magnifica soggettiva dell’assassino iniziale), “Il Dio chiamato Dorian” è pur sempre la trasposizione di “Il ritratto di Dorian Gray”, rispettosa seppur non priva di libertà creative, e magnificamente portata in scena da una cura artistica e tecnica da film mainstream. La regia di Dallamano è attenta ed elegante come di consueto per il regista, valorizzata da una bella fotografia, curata da Otello Spila, che predilige l’accentuazione di colori saturi e accesi, volendo sottolineare l’atmosfera psichedelica della swinging London. Nel ruolo del protagonista troviamo Helmut Berger, attore austriaco lanciato da Visconti in “La caduta degli Dei” e poi divenuto simbolo di un certo cinema italiano di genere anni ’70 (ricordiamo “La farfalla con le ali insanguinate” e “La belva col mitra”) fino a comparire in “Il Padrino parte III” di Coppola. Berger è praticante perfetto per il ruolo, il Dorian Gray che chiunque si immaginerebbe, ambiguo e fascinoso come da descrizione wildeiana. Completano la scena le belle musiche di Peppino De Luca e Carlos Pes. Di contro, “Il Dio Chiamato Dorian” ha un ritmo non troppo coinvolgente, affidato più alle immagini che agli sviluppi narrativi, sviluppi che comunque non rappresentano nessuna sorpresa per lo spettatore data la notorietà della vicenda. Comunque si tratta di un film di valore che vale la pena recuperare e guardare almeno una volta nella vita.
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RECENSIONI DALLA COMMUNITY (1)

CinemaSerf

CinemaSerf

5 /10

I wonder what the author would make of this? It's crass and vulgar, which might have tickled him, but is also entirely unsophisticated - and I doubt that would have amused him quite so much. It's got a very early seventies look right from the outset with Helmut Berger in the title role - blonde, good looking, living a debauched lifestyle. When he is painted by "Basil" (Richard Todd) - a painting with nothing at all faulty about it; he is so struck by it that he offers to trade his soul for these looks to last eternally. What ensues is a tale of man gorgeous on the outside, but increasingly hideous underneath - and he can plainly see that as his lifestyle and character become less savoury and, frankly, depraved, so his image on the now hidden canvas becomes more ugly and distorted. His friends are powerless to stop this decline, even the ones that want to - and that doesn't include the decadent homosexual "Lord Wotton" (Herbert Lom) nor some of his less attractive lady friends - Isa Miranda ("Mrs. Ruxton") and Margaret Lee ("Gwendolyn") who successfully add oil to his fire. Berger is well cast from an aesthetic perspective, but his acting is as wooden as the frame on his portrait; Todd is just dull - a skill he frequently mastered during his long career, but Lom rescues it occasionally as the superbly sleazy queer peer and the whole Chelsea chic look to it adds well to the overall trashiness of the thing. On the whole, it's pretty cringemaking, but these stories have to reinvent themselves from time to time, and this contemporary (for 1970) version, though poor, keeps the spirit of Wilde's story alive just about.

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