Wolfman backdrop
Wolfman poster

WOLFMAN

The Wolfman

2010 US HMDB
febbraio 10, 2010

L'infanzia di Lawrence Talbot termina la notte in cui sua madre muore. Dopo aver lasciato il misterioso villaggio di Blackmoor, passa decenni cercando di dimenticare e di riprendersi dalla tragedia. Ma quando la fidanzata di suo fratello, Gwen Conliffe, lo rintraccia affinché la aiuti a ritrovare il suo amore scomparso, decide di tornare a casa e di unirsi al padre nelle ricerche. Troverà gli abitanti del villaggio sconvolti dallo sterminio che un essere con una forza bruta e un insaziabile desiderio di sangue sta attuando nelle notti di luna piena. Ora, se vuole mettere fine alle stragi nel villaggio e proteggere la donna di cui è da sempre innamorato, Talbot dovrà uccidere la spaventosa creatura che di notte si aggira nei boschi. Ma durante la caccia, l'uomo dal passato tormentato scoprirà un lato primordiale di sé, che non avrebbe mai immaginato di possedere.

Cast

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Troupe

Produzione: Benicio Del Toro (Producer)Sean Daniel (Producer)Scott Stuber (Producer)Rick Yorn (Producer)Bill Carraro (Executive Producer)Jon Mone (Executive Producer)Ryan Kavanaugh (Executive Producer)
Sceneggiatura: David Self (Screenplay)Andrew Kevin Walker (Screenplay)
Musica: Danny Elfman (Original Music Composer)
Fotografia: Shelly Johnson (Director of Photography)

RECENSIONI (1)

Roberto Giacomelli
Lawrence Talbot torna nella sua città natale alla notizia della morte di suo fratello Ben, divorato da una belva nei boschi. La caccia alla bestia è aperta: i paesani sono convinti che si tratti di un orso e per questo motivo si recano all’accampamento di gitani per lapidare la bestia, spedizione a cui partecipa anche Lawrence. Ma la bestia assassina non è l’orso, bensì un gigantesco lupo che si presenta all’accampamento e fa una strage, mordendo anche Lawrence. Ora tutti sono convinti che l’enorme lupo fosse in realtà un licantropo e dal momento che Lawrence ne è stato morso anche lui è destinato a trasformarsi nelle notti di luna piena. L’uomo si trova ora a dover affrontare la superstizione dei paesani e l’incombente maledizione, oltre a tutti i fantasmi del passato che aveva imparato a dimenticare, come il tragico suicidio di sua madre quando era solamente un bambino. Nei primi anni ’90 la Columbia-Tristar Pictures aveva avuto la bella idea di riproporre sul grande schermo i personaggi del cinema horror classico degli anni ’30 e ’40. Fece da apripista con enorme successo il “Dracula” diretto da Francis Ford Coppola a cui seguirono il “Frankenstein” di Kenneth Branagh, “Mary Reilly”, punto di vista inedito sulla storia del Dottor Jekyll a cura di Stephen Fears, e la re-visione del mito del lupo mannaro in chiave moderna con “Wolf – La belva è fuori” di Mike Nichols. La formula era chiara: prendere un’icona del cinema fantastico del passato, con origini letterarie o non, e riportarlo su grande schermo con un considerevole impegno produttivo che comprendesse grandi star nel cast e un regista autorevole alla direzione. Passò almeno un lustro e anche l’uomo invisibile tornò a farci visita con “L’uomo senza ombra” di Paul Verhoeven, sempre targato Columbia e ancora rispettando la solita formula. Il campionario di mostri era dunque quasi completo, mancava all’appello giusto il Fantasma dell’opera, che comunque non era mancato dagli schermi con la rivisitazione di Dario Argento, il Mostro della laguna nera e la Mummia, creature proprietà della Universal Pictures. A quest’ultimo però ci pensò Stephen Sommers nel 1999 (e ancora nel 2001), che, sotto l’ala protettiva di mamma Universal, riportò nel 2004 su grande schermo anche tutti gli altri mostri, da Dracula alla creatura di Frankenstein, in quel minestrone un po’ indigesto di “Van Helsing”. Insomma in poco più di un decennio tutte le icone dell’horror classico sono tornate su grande schermo, anche più di una volta, come a voler sancire l’immortalità di tali “mostri” e allo stesso tempo la carenza di idee originali in quel di Hollywood. Ma era inevitabile che in un periodo di remake convulsivo e ritorno di vecchie glorie come quello attuale qualcuno di questi satanassi in bianco e nero non si rifacesse vivo, così a quasi settanta anni dalla prima apparizione su grande schermo torna l’Uomo lupo, l’originale, quello che all’anagrafe e senza eccesso di peluria risponde al nome di Lawrence (Larry per gli amici) Talbot. Nel 1941 era il poliedrico figlio d’arte Lon Chaney Jr. a vestirne i panni (e i peli), oggi è il bravo Benicio Del Toro, che si è interessato personalmente al progetto producendolo. Il risultato di questo remake dalla gestazione travagliata – durata diversi anni con cambi di regista e di script – è sorprendente e inaspettato, un perfetto pop-corn movie che racchiude più di ogni altra attualizzazione di vecchi classici lo spirito dell’opera originale da cui prende ispirazione. Ciò che fino ad ora i “nuovi” vecchi mostri non erano riusciti a trasmettere era quel senso di genuino intrattenimento quasi exploitativo che caratterizzava gli originali in b/n e le successive riscritture (per lo più hammeriane), si passava senza mezze misure dall’elitarismo delle prime produzioni Columbia- Tristar (che comunque ha dato vita a veri e propri capisaldi, vedasi “Dracula” di Coppola) alle baracconate per pubblici più infantili della Universal, l’unico che fino a questo momento era riuscito a rievocare un po’ di sano ‘genere’ era stato Verhoeven col suo “Uomo senza ombra”. Ma con “Wolfman” si è giunti alla perfezione stilistica e contenutistica del film di serie B per grandi pubblici, all’ideale riproposizione dell’antica formula che aveva dato i natali a tutti i mostri qui citati. La storia raccontata in “Wolfman” ripercorre in modo abbastanza fedele quella dell’originale scritto da Siodmak apportando però sostanziali modifiche nell’evoluzione dell’intreccio, soprattutto approfondendo e complicando i rapporti tra i personaggi. Così la sceneggiatura ad opera di Andrew Kevin Walzer (“Seven”; “Il misero di Sleepy Hollow”) e David Self (“Haunting – Presenze”; “Era mio padre”) cerca di puntare più sui rapporti familiari di casa Talbot piuttosto che sul tormento di un uomo affetto da licantropia. La forza, a livello narrativo, di “Wolfman” sta proprio nel complicato rapporto padre-figlio, un rapporto conflittuale che sembra voler fondare le sue radici della tragedia greca; Lawrence Talbot appare così come un moderno Edipo, un figlio che prende poco a poco consapevolezza della sua rivalità con il padre, una rivalità quasi scritta nel destino che ha preso origine da un trauma e da una successivo allontanamento e che ha reso praticamente un estraneo il genitore agli occhi del figlio. La lettura tragica che viene qui data della vicenda familiare dell’uomo lupo ha una teatralità tanto scontata quanto azzeccata, avvalorata anche da una dimensione meta e intertestuale che pone Talbot letteralmente come un attore shakespeariano: Talbot, infatti, nel film è un attore di teatro specializzato in Shakespeare che si trova così a vivere nella realtà le situazioni di conflitto interiore e parentale tanto care ai personaggi che interpreta sul palcoscenico. Finezze, queste, che danno valore a un film che per altri versi si mostra fin troppo semplicistico e con personaggi secondari poco approfonditi, forse monco di qualche scena scartata per donare più ritmo privilegiando l’azione alle scene di riflessione. Non si tratta comunque di peccato mortale, visto comunque il materiale d’origine che, seppur sottoponibile a diverse letture retroattive di carattere metaforico, era comunque intrattenimento semplice, lineare e popolare. Curiosamente il film ci offre un personaggio ‘intruso’ nella storia dell’Uomo lupo ma perfettamente funzionale nel contesto, ovvero il detective Abberline (interpretato da Hugo ‘agente Smith’ Weaving), noto storicamente per essere stato la nemesi di Jack lo squartatore e qui spedito da Scotland Yard a indagare sul caso del licantropo. Una scelta singolare quella di creare una sorta di spin off della vicenda del serial killer di White Chapel e dare così un’aura di realismo e allo stesso tempo di serialità alla nuova storia sull’Uomo lupo. Altro merito va a Benicio Del Toro, grande fan del film del ’41, che fa di tutto per richiamare alla mente Lon Chaney Jr., dall’aspetto alla recitazione un po’ dimessa, un grande attore del presente che omaggia con sentimento un altrettanto grande attore del passato. Il cast comprende anche Anthony Hopkins, che interpreta il padre di Lawrence, e la bella Emily Blunt (“Il diavolo veste Prada”; “Wind Chill – Ghiaccio rosso sangue”) nei panni di Gwen, la cognata di Lawrence. Una menzione particolare al magnifico make-up dei licantropi ad opera di Rick Baker (che si ritaglia anche un cameo, è il primo zingaro ad essere ucciso!), che riesce ad omaggiare quello del film originale (che era opera di Jack Pierce, un idolo di Baker) pur mantenendo una sua specifica personalità. Peccato per l’uso massiccio di computer grafica, soprattutto nelle trasformazioni, che comunque non compromette la riuscita degli effetti speciali. Inaspettato il tasso di emoglobina e violenza, decisamente massiccio per un prodotto mainstream come “Wolfman”, che in alcuni punti sfocia tranquillamente nello splatter puro, un valore aggiunto sempre gradito in un film che racconta di lupi mannari. Sicuramente non ci troviamo di fronte a un film perfetto, soprattutto se prendiamo come metro di paragone la produzione da serie A di cui questo “Wolfman” ha la parvenza esteriore, ma lo spirito e gli intenti del film di Joe Johnston (“Jumanji”; “Jurassic Park III”) appartengono a quella che semplicisticamente (e ignorantemente) siamo soliti definire serie B, una magnifica serie B, che ripropone in maniera certosina intenti e atmosfere dei progenitori.
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RECENSIONI DALLA COMMUNITY (1)

John Chard

John Chard

7 /10

Extended Cut: Proving in fact that The Wolfman is no monstrosity.

The Wolfman is directed by Joe Johnston and adapted to screenplay by Andrew Kevin Walker and David Self from Curt Siodmak's original 1941 screenplay. It stars Benicio del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt and Hugo Weaving. Music is scored by Danny Elfman and Shelly Johnson is the cinematographer. Plot is set in 1891 and finds Toro as Lawrence Talbot, who upon learning of his brother's grizzly murder, returns to his estranged father's estate in Blackmoor to investigate. Upon arriving he forms an instant bond with his dead sibling's fiancée, Gwen (Blunt), but soon Lawrence finds himself mired in a world of lycanthropy and family secrets.

It had a much publicised troubled production, with a director switch, numerous release date changes and enforced cuts to the running time, sitting atop of this particular iceberg. With that it mind, film is arguably better than it had any right to be. What is now readily available is an extended cut of the film where some 17 minutes of footage have been put back into the story. Footage cut originally to foolishly speed up the moment when the first transformation from man to wolfman arrives. Is the extended cut a far better movie than the trimmed theatrical version? The answer is resounding yes it is. It still contains flaws, but now the narrative is stronger and crucially by waiting much longer for the first "big change scene", tension and anticipation now exist where previously it didn't.

In spite of some modern day advancements for this 21st Century wolfman - excessive speed for the wolf - creature smack down finale - Johnston's movie is very faithful and respectful of the 1941 original. Which is perhaps not surprising since the weight of Universal is backing this remake of one of their original classic monsters from the 30's and 40's. But it's nice to see that a remake keeps the things that made the original so beloved. Gothic texture is rich, none more so than with the mist/smog shrouded village, while the tortured sadness that permeated Lon Chaney's take on Larry Talbot back in 1941, is perfectly essayed by del Toro this time around.

The creature design itself cleaves close to the original, with Rick Baker and Dave Elsey picking up the Academy Award for Best Makeup for their excellent efforts. Fans of shred and gore are also well served here, with Johnston (The Rocketeer/Jumanji) showing a keen eye for action construction. An attack at a Gypsy camp and a bloody rampage through a bus are the stand outs, while an asylum sequence is also not to be sniffed at. Chuck in the murder mystery element, and the intriguing father and son axis, and it's a film that has more to it than merely being a CGI popcorn piece. Even Elfman's score fits neatly into the period setting.

Problem wise it comes down to Blunt and Weaving being under used, and Hopkins veering dangerously close to over hamming the omelette, yet all remain strong in characterisations. Toro, though, is not, as some have suggested, miscast. Already lupine like before transformation, he plays it perfectly troubled and brooding like. Talbot has inner demons and unanswered questions in his past, a past he has tried to shred but finds he now must confront those demons. The onset of lycanthropy serving, one feels, as a metaphor for his personal torment finally being unleashed. Toro nails it with an excellent and subdued portrayal, even if the choice of hair style leaves much to be desired. Worth a mention as well is Shelly Johnson's photography, where nice atmospheric visuals complement the tone and period flavour of the piece.

More homage than outright horror, but with a little something for everyone interested in Horror/Gothic/Mystery type movies, The Wolfman in extended form is an enjoyable enough experience. 7/10

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